L’economia delle droghe come unico punto di vista razionale sul problema delle tossicodipendenze
Durante il periodo del liceo tutti noi ci realizziamo che il problema delle droghe e delle tossicodipendenze è questione economica e politica, prima ancora che sanitaria: quando studiavamo la via delle Spezie, e tutte le guerre che si fecero per quelle “spezie” il cui commercio nel XV e XVI secolo veniva gestito dai portoghesi, ci siamo resi conto velocemente che non si trattava solo di cannella o zafferano, ma anche e sopratutto di droghe, oppio in particolare. CI sembra quindi opportuno, nell’ambito del dibattito sul problema delle tossicodipendenze valutare una più ampia problematica che includa ed integri la questione del mercato. Che le tossicomanie siano una autentica piaga della società contemporanea è un’evidenza sulla quale non c’è alcun bisogno di insistere. In generale vi sono due modi di “navigare” sul “mare delle droghe”. Il primo rimanda all’analisi delle singole tossicomanie e dei problemi socio-sanitari ad esse connessi. L’assimilazione di droghe diverse tra loro è la prima fonte di confusione. Oramai sappiamo che non è un argomento convincente che il consumo di droghe leggere favorisca il passaggio a quelle pesanti; non soltanto perché la distinzione droghe leggere/pesanti è discutibile, non soltanto perché questo passaggio riguarda una piccola parte dei consumatori, ma soprattutto perché la nozione potrebbe essere allargata al passaggio dal tabacco o dall’alcool alle droghe leggere e viceversa. Il secondo modo di vedere la questione consiste nel porre l’accento sul rischio rappresentato dall’esistenza di enormi risorse economiche di denaro contante, nate dal commercio di stupefacenti e reinvestite nei canali “ufficiali” della finanza internazionale. Se si trattasse di una attività economica legale, molti potrebbero rallegrarsi per il suo espandersi. In effetti non sono le caratteristiche intrinseche del prodotto “droga”, né la sua pericolosità ad attirare i fuorilegge, ma le misure di proibizionismo di cui è oggetto. In altre parole, è la proibizione che, in un certo senso, genera l’organizzazione del crimine. La legge, ovviamente, crea sempre dei “fuorilegge”. Ma nella fattispecie, la legge è il fattore determinante nella costituzione di immense fortune economiche. Non bisogna dimenticare che prima di essere la causa della criminalità, il traffico di droga è la conseguenza di una domanda. Quando si sente parlare di repressione, e spesso anche di depenalizzazione, è sempre in riferimento all’offerta del prodotto. Ora, come è ovvio, l’offerta esiste solo perché esiste una domanda. E questa domanda non è legata per nulla al fatto che il prodotto sia “illegale”; essa corrisponde ad un bisogno la cui origine scaturisce dal sistema complesso di biologia, psicologia e sociologia dell’uomo.. L’ingresso nel mondo della droga è un incontro tra un individuo e un prodotto in circostanze precise e in un preciso momento della vita. Tutti gli studi dimostrano che, tra le caratteristiche che spiegano la propensione al consumo di stupefacenti, quello riguardante l’età è essenziale. L’effetto di assuefazione è più intenso quando gli individui preferiscono il presente e accordano poca importanza alle conseguenze future delle loro azioni. Evidentemente la disperazione (od una latente posizione depressiva) è un altro fattore essenziale del consumo di droghe. Si osserva una connessione sempre più evidente tra consumo di droghe ed alcool e le tendenze suicide ed omicide della popolazione giovanile. Quindi il fare fronte a questa “posizione di disperazione” potrà essere l’unico modo di prevenire l’iniziale esposizione alle sostanze d’abuso.
Il fenomeno delle droghe esprime meglio di ogni altro le contraddizioni in cui si dibatte l’economia mondiale. La logica del sistema vorrebbe che la produzione e la commercializzazione delle droghe non siano soltanto depenalizzate, ma totalmente legalizzate. Questa d’altronde era ed è la tesi sostenuta dai primi partigiani del liberismo, come Milton Friedman. Evidentemente, tale soluzione libererebbe il commercio delle droghe dall’ingerenza del crimine organizzato, riporterebbe un’attività di produzione redditizia nel quadro dell’economia e provocherebbe una caduta dei prezzi. Una simile soluzione ha però un prezzo che può essere pesante. Il timore è che inizialmente si verifichi un sensibile aumento dei consumi. In questa ipotesi come sopportarne i costi sociali? Legalizzare totalmente signoficherebbe smettere di porsi la questione delle droghe in termini criminali, ma esigerebbe di affrontarla in tutta la sua complessità.
La legalizzazione, probabilmente, non è la soluzione, ma occorre uscire dalle contraddizioni attuali e trovare i mezzi di regolamentazione degli squilibri. E’ una questione che si pone a tutti gli Stati. Tra legalizzazione completa e proibizionismo esiste uno spazio all’interno del quale le autorità devono avere il coraggio di spingersi. Non è certo condannando il consumatore che si frenerà la domanda. Ora il primo problema è frenare la domanda, soprattutto se riconsidera che essa non può che crescere. La tossicomania è una sofferenza che le autorità non hanno il diritto di trattare come un delitto, e che reclama mezzi ben più consistenti di quelli oggi a disposizione.
Non è certo distruggendo qualche piantagione qua e la che si frenerà l’offerta. La questione centrale per gli Stati è lottare contro l’ingerenza della criminalità organizzata. Continuando ad agire come avviene ormai da anni, si finirà per confondere droga e criminalità organizzata. Non sono la stessa cosa. Il consumatore di droga non domanda il prodotto perché è illegale, ma perché pensa di averne bisogno. Occorre quindi distinguere la lotta contro la droga da quella contro la criminalità organizzata. La lotta contro l’uso della droga riporta alla questione della domanda sul mercato. Quest’ultima esige la predisposizione di programmi costosi ed audaci la cui efficacia a lungo termine è provata, ma che spesso è molto meno evidente a breve termine di quella di politiche repressive. La lotta contro la criminalità organizzata richiede che si combattano le cause dell’alta redditività del traffico degli stupefacenti; occorre quindi che si prenda in considerazione la complessità del processo dell’offerta. La parola d’ordine potrebbe essere quindi non “liberalizzazione” ma “depenalizzazione”. Depenalizzare non significa legalizzare. Una reale depenalizzazione, lungi dall’essere una misura di abbandono, dovrebbe costituire la base di un’ampia politica sociale nei confronti dei consumatori attivi o potenziali.
