Categoria: Politica
L’immenso piacere dell’uomo nei grandi eventi sociali Sincronici
Alcuni dati storici mi ha sempre incuriosito, lasciato perplesso. Come giudicare il vezzo delle grandi dittature di continuare, ben oltre la presa violenta del potere, a indire pubbliche elezioni? Analizzando il secolo passato direi che è corretto, sebbene evidentemente paradossale, sostenere che le elezioni politiche caratterizzano sopratutto le dittature. L’Unione Sovietica, il terzo Reich, la Spagna di Franco, l’Argentina dei periodi più bui, la nostra Italia fascista o il più vicino Cile, hanno tutte amato visceralmente le elezioni pubbliche con percentuali di votanti sempre vicinissime al 100%: i pazienti cittadini in grande ordine andavano a mettere una bella croce sull’unico nome disponibile presente su milioni di schede elettorali. Il fascino di una procedura così fasulla ed ingannevole racchiude al suo interno validissime ragioni per le quali un sistema totalitario corre il rischio di smuovere masse enormi di persone, molte delle quali consapevoli dell’ingranaggio sociale perverso. Non va infatti dimenticato che quasi ogni buona dittatura è andata al potere mediante elezioni, o ne è stata confermata subito dopo. La violenza della presa del potere si associa sempre all’illusione del gesto democratico. Sento opportuno porre la riflessione, quindi, sul fatto che le elezioni, come altri eventi di cui vorrei discutere di seguito, sono una delle espressioni più clamorose sul piano sociale di un fenomeno di Sincronia.
Non è senz’altro sfuggito a chi detiene il potere dittatoriale che la Sincronia in un gruppo sociale agisce come potentissimo elemento di persuasione e di rinforzo del messaggio totalitario, esaltando e disciplinando tutti i soggetti coinvolti. Qualsiasi forma di potere, democratico o meno, funziona come una enorme istanza paterna, suggerendo delle regole, giuste o sbagliate, umane o meno, il rispetto delle quali ci fa sentire “a posto”, “buoni”, con la coscienza di appartenere ad un gruppo di persone che hanno fatto un loro bizzarro dovere. Il sincronismo può essere criticato a livello cosciente ma è la componente inconscia che lavora e raggiunge l’obiettivo inesorabilmente. Dovessi fare una analisi personale relativa a queste ultime votazioni del 2013, devo ammettere che dopo essere uscito dalla cabina elettorale ho provato sensazioni molto simili a quando da ragazzo facevo la Comunione in Chiesa: quando ritornavo al mio posto sulle panche di legno della piccola chiesa della Valpolcevera in Liguria che frequentavo, ero realmente felice e in pace. Nel caso della Comunione la mia gioia dovrebbe derivare dal fatto i aver incorporato fisicamente il Cristo, mentre nel caso delle votazioni è la consapevolezza di aver adempiuto ad un dovere chiesto dal Potere/Padre democratico o meno. Oramai non posso non dubitare, sia nel primo che nel secondo caso, che le ragioni esplicite, apparenti, che dovrebbero spiegare queste bizzarre attività umane siano quelle vere, soprattutto per quel che riguarda le conseguenze che hanno sul piano dell’appagamento affettivo.
Se fossi vissuto in un regime totalitario, ad esempio se fossi stato un ragazzo di vent’anni di Francoforte nel 1933, credo che ben difficilmente non avrei votato “liberamente” per il Partito Nazionalsocialista, e all’uscita dal seggio probabilmente una sensazione di sereno orgoglio si sarebbe impossessato di me (stile Comunione cattolica). Il fatto che un manipolo di spiriti eccezionali e superiori abbia, sotto ogni dittatura, intuito, più che averne certezza, in anni in cui l’informazione era ben più manipolata di oggi, le abiezioni e gli orrori, combattendole da soli e pagando con la vita non sposta il problema del perchè moltissimi milioni di persone assolutamente nella norma sul piano psichico e sociale, abbiano appoggiato regimi che già nelle premesse conosciute erano quanto meno terrificanti.
All’uscita dei grandi musei, fuori dalle chiese, dentro gli stadi da baseball in USA, all’uscita dei seggi elettorali, fare con cura la raccolta differenziata o le chiacchiere fuori dalle scuole al termine delle lezioni è sempre un tripudio cameratesco, un felice strofinarsi di sederi, mimiche rilassate, allucinate intuizioni che tutto, in qualche modo, si risolverà per il meglio, naturalmente. Il mistero della Sincronizzazione Umana si riveste di panni religiosi o mistici, a volte, in altri momenti, porta la divisa dei doveri civili e patriottici, talvolta di eventi sportivi. Ma in realtà queste maschere non esistono per davvero, l’unica realtà è la potenza del fenomeno in se, lo strofinarsi dei corpi, la pressione delle voci, la visione reciproca, volti sorridenti che guardano altri volti che sorrideranno per contagio, il rombo dei piedi sulle assi di legno di una chiesa o di una scuola. Di qualsiasi cosa si tratti, fare la Comunione, votare per Stalin, buttare la lattina nel bidone verde e il cartone del latte in quello rosso, leggere Wittgenstein o adorare Maradona, l’importante potrebbe essere solo essere in molti, il numero dei soggetti in gioco è critico. Alle volte i segnali di Sincronizzazione sono le forme degli oggetti in vendita, i loro colori, la speranza di possederli e la noia di possederli di già. La simultaneità dei desideri “Pop”, la monoliticità ed uniformità delle nostre passioni, l’assoluta sovrapponibilità dei linguaggi utilizzati per comunicare sono tutti elementi che sono ormai sedimentati e stratificati per generare la nostra forma sincronica di esistenza. Quindi mi chiedo, non senza apprensione per la mia voglia di individualismo, per la mia autostima, per il senso di me che ho costruito, è possibile che senza il sincronismo tra milioni di corpi/menti perdano di significato la verità religiosa, il dovere di cittadino, lo spirito delle leggi, la cultura, le passioni? E’ forse il sincronismo perfetto la più alta forma di piacere che potrà mai provare l’uomo?
Libri, Televisione e Internet: la voglia di una nuova ecologia dell’informazione
La posizione che più odio, attualmente, è quella del “purista” ideologizzato rispetto ai vari media. Ovvero “libri” vs “iPad”, “televisione” vs “internet”, “internet” vs “il resto del mondo”, “DTV” vs “Satellite”. Dibattiti di questo genere sono ancora in corso. Come si può perdersi in posizioni di critica ”ideologica” ad un media? Come si possono attribuire qualità assolute o denigrare sistematicamente dei sistemi di diffusione dell’informazione? Il predominio delle facezie, delle inutili informazioni, della banalità, della pornografia (posto che si consideri un area negativa), della violenza, delle idee sovversive (che significa?! bho…), di messaggi negativi, etc etc, lo ha avuto per gli ultimi 550 anni la carta stampata, in combinazione con la televisione per i restanti ultimi 50 anni. Ecco che il discorso sul web attuale, a mio parere, potrebbe essere per assurdo paragonato ad una ipotetica disquisizione ed accertamento filosofico sulla opportunità o meno di utilizzare i libri, in che maniera e secondo quali scopi. Mi pare che nessuno abbia mai criticato la carta stampata, come media, solo perchè esistono, ad esempio, sue declinazioni piuttosto inutili come i giornali scandalistici o la collezione di libri “Harmony”. Altro esempio: dipendenza dal web? Bho… Piuttosto sarebbe stato da discutere la dipendenza da televisione, no? Li si che ci siamo rincoglioniti per tutti gli anni ’80 e ’90 ma nessuno si è mai sognato di parlare del fatto che la multimedialità è accattivante e che quindi si può esagerare. Oppure ancora prima: dipendenza di casalinghe da fotoromanzi o riviste di trash/gossip? La cosa che è scappata di mano, che è sfuggita, è che il web è libero ed interattivo, e che aumenta la libertà di comunicazione. Punto. Questi sono gli unici elementi che aumentano l’angoscia di chi ci ha controllato per tutto il ventesimo secolo.
Mentre la grande massa delle persone si chiede se è meglio leggere un libro o usare l’ipad, il nuovo mondo digitale intorno a noi stà fiorendo in una complessità straordinaria favorendo la nascita di un nuovo ordine di libertà, quella di informarci tramite plurime fonti e di parlare insieme di ciò che abbiamo appreso. Il ventesimo secolo è stata l’era dei Titani, ovvero poco più di 20 aziende enormi, basandosi su TV e carta stampata hanno forgiato una informazione asservita al potere. Il ventunesimo secolo, grazie a molti ragazzini che negli anni ’80 e ’90 “non hanno giocato a calcio o a baseball”, sarà diverso: massicciamente multipolare, connesso, libero (almeno nelle premesse), forse in grado di cambiare il mondo, nel senso di indirizzare i nostri destini verso l’equità, le pari opportunità e, forse, la pace. Come utenti di tutti i media, spontaneamente, stiamo diventando più bravi a servirci dei contenuti. Siamo ormai allenati a quella corsa ad ostacoli che, ormai da dieci anni, è l’informazione. Cerchiamo. Filtriamo. Approfondiamo. Condividiamo. Contemporaneamente iniziamo anche a percepire un senso di “stagnazione” dei contenuti. Qualche cosa ci manca, ora che sappiamo cosa e dove cercare. Questo è il problema. Ad esempio, ora che la sfera pubblica è più viva è connessa che mai, sentiamo tutti il bisogno di un buon giornalismo. Si sentiranno ancora vecchi Guru dire che la causa di questa mancanza sono gli iPad, gli smartphone, internet. La tecnologia sarà l’unica colpevole ancora per qualche anno. Ovviamente una rivoluzione che produca buoni contenuti va ben oltre i siti web, la multimedialità, i blog o qualsiasi altra tecnica su cui passiamo tempo prezioso a discutere. Richiede nuovi sistemi di pensiero e nuove organizzazioni editoriali.Ad esempio l’uso che Obama ha fatto della tecnologia nel corso della sua campagna elettorale è stato molto decantato, ma da solo non l’avrebbe fatto vincere. Lui ha saputo combinare la potenza di diffusione delle sue idee con nuove opportunità di partecipazione e nuove strategie per organizzare i sostenitori e la gente sul territorio. Ha rischiato forte nella “devolution” dell’informazione, concedendo il potere di prendere decisioni ai volontari, alla base del partito. Inoltre la tecnologia è stata finalmente usata per comunicare tutta la complessità che richiede una democrazia sana. Il discorso chiave di Obama, quello sulla razza, ha prodotto solo brevi titoli e clips TV, ma 10 milioni di persone lo hanno scaricato dal web per intero, dimostrando che la gente non vuole più approssimazioni o semplificazioni quando in gioco ci sono le sorti di un paese. La lezione è che la tecnologia è solo una parte di un nuovo sistema di contenuti, ed un approccio ecologico all’informazione è ciò di cui il mondo ha un disperato bisogno, oggi. Infatti come nell’ecosistema naturale, anche in quello culturale ogni novità genera conseguenze prevedibili e imprevedibili a causa delle complesse connessioni tra gli elementi costitutivi. L’ecologia dell’informazione si trova probabilmente oggi al livello in cui l’ecologia dell’ambiente si trovava una trentina d’anni fa. Inoltre un approccio ecologico non è stato mai ipotizzato ne per i libri, ne per la televisione, nonostante la loro grande potenza. In definitiva, se oggi alcune persone si accorgono dell’inquinamento culturale generato dall’eccessivo ricorso alla produzione industriale di informazione, e del crescente bisogno di artigianalità e decrescita quantitativa, è anche grazie al fatto che la rete, al contrario di libri e tv, ha rivalutato le risorse culturali comuni e le possibilità di intervento delle persone e delle comunità. Esattamente come è stato fatto nella campagna elettorale di Obama. Per diffondere la consapevolezza di questo occorrerà tempo, attenzione, cura, collaborazione, discussione, e capacità di visione. L’ecologia dell’informazione ha bisogno di “terreni coltivati con qualità”: informazioni documentate, testinomianze verificate, relazioni accurate, ricerca orientata a principi di completezza e indipendenza, spirito di rispetto e legalità, orientamento al bene comune. Tutti abbiamo bisogno di nuove e belle storie da ascoltare. L’ecologia dell’informazione sarà sanità spirituale. Ci si arriverà poichè è evidente che il numero di ecologisti dell’informazione sta aumentando.
Sul Nepotismo
Il nepotismo è la pratica per cui coloro i quali detengono autorità o potere in qualche ambito, tendono favorire i propri parenti, indipendentemente dalle loro reali capacità e competenze. In senso profondo la potremmo definire una condizione di ‘narcisismo maligno’: io ho una posizione privilegiata che merito totalmente e mio figlio, come parte ancora non identificata da me, non può non meritarla a sua volta. E’ questa una delle tante situazioni in cui il narcisismo ignora il codice morale superegoico, prendendo il sopravvento. Ma non solo: una possibile analisi di questa condizione porta ad ipotizzare un’ ‘immaturità simmetrica’ Genitore-Figlio, e, di conseguenza, una condizione di amore non adulto, di stampo forse più maschile come archetipo originario. Infatti la madre ha come supremo gesto d’amore l’espulsione del feto nel mondo, e il senso di colpa risiede nell’incapacità di attuare questa espulsione. Una madre ama il figlio perchè lo proietta nel mondo con un imperativo eroico cucito addosso: “Resisti!”.
Il nepotismo rappresenta, di fatto, una distorsione di base del pensiero che ha radici antropologiche senz’altro legate alla protezione della prole, ma che in realtà si carica di valenze profondamente aggressive verso di essa: passando attraverso un’ammissione di fallimento del proprio ruolo genitoriale si sancisce l’inettitudine dell’oggetto di amore. Secondo queste premesse, in un paese come il nostro, si sta generando una nuova forma di senso di colpa in molti genitori, paradossale, che è quella di non potere essere sufficientemente potenti ed influenti per esercitare questa forma di facilitazione e, alla luce di queste considerazioni, di danno concreto verso i propri figli. Nello scenario della nostra nazione il nepotismo è appaiato alla assoluta assenza di interesse nell’ottenimento di risultati da parte delle persone che ricoprono ruoli di rilievo, e questo a mio parere non riguarda solo le cariche pubbliche. Inoltre in assenza di interesse per la conferma del valore personale – svalutato ab inizio proprio dalle figure di riferimento famigliari, non c’è il concetto di riconquistare, di rimettersi alla prova giorno per giorno. Il narcisismo diventa un tratto della linea famigliare, una sorta di gene psichico che viene inevitabilmente tramandato.
Ricordate la metafora della pulsantiera, resa famosa da un bellissimo episodio di “The Twilight Zone“? Io schiaccio un pulsante e una persona che NON conosco morirà, mentre io riceverò un milione di dollari in contanti. Semplice. Una tentazione pura ed assoluta per la propria etica. Per alcune persone la facilità di inviare un proprio famigliare verso un incarico ambito è paragonabile a quella di schiacciare un semplice pulsante, di fare una telefonata. Quanti italiani hanno nel loro DNA la lucidità per scegliere di non farlo se messi alla prova? Ovvero, quanti italiani sanno che schiacciare quel pulsante equivale a danneggiare non solo il paese ma anche il famigliare e la propria famiglia? Pensate che uno stipendio alto ed un posto lavorativo di pregio leniranno le coscienze e le ferite?
Chi potrà permettersi di dire la Verità sulla “crisi” in Italia?
Voglio prima di tutto esplicitare che io non sono un grande fanatico della “verità” come valore o categoria in se. Giudico male quel genere di persone che affermano di “dire sempre quello che pensano”, di essere “sempre oneste”, e ritengo che nessuno, per fortuna, dica quello che pensa sempre e senza filtri. Ma vi immaginate se, durante una cena tra amici, ogni persona dicesse davvero quello che pensa? I desideri e le fantasie, i giudizi di valore e le profonde percezioni dell’altro potrebbero distruggere il più affiatato dei gruppi. Nonostante ciò ritengo vi siano situazioni in cui la verità sia utile, nella sua forma più spietata e tagliente, per risolvere problemi e per definire scenari difficili che necessitano di grande lavoro per essere risolti. Aprire gli occhi. Ad esempio la domanda di questo 2012 è: come uscire dalla crisi? In realtà la prima domanda dovrebbe essere: che cosa è davvero la crisi, e chi la generata?
La “crisi” non è un’entità metafisica negativa, lo stesso termine rimanda, in definitiva, ad uno stato d’animo e non ad una condizione oggettiva. Personalmente ritengo che lo stato d’animo del singolo o del gruppo definibile “di crisi” è quella condizione in cui i desideri sono molto divergenti da ciò che si ha veramente, e si è consapevoli che tale condizione perdurerà per lungo tempo. In senso assoluto la contemporaneità, lo stato attuale, questo stesso 2012 è il momento migliore di tutta la storia dell’uomo. Infatti, in buona sintesi, ci saranno nel mondo “solo” una ventina di guerre in corso, l’aspettativa media di vita del mondo è di circa 64 anni, la diffusione della cultura è buona, le persone che muoiono per fame stanno diminuendo così come le persone che hanno accesso alle cure primarie stanno aumentando. In Italia, rispetto ad inizio secolo, le nostre condizioni sono un paradiso. Che cosa c’è che non quadra quindi? Il punto è che le cose potrebbero andare molto meglio, probabilmente potremmo avere le potenzialità, come pianeta, di essere molto più avanti. O almeno questo è il nostro desiderio come abitanti del pianeta Terra. Ma rimaniamo sull’Italia…
Quali errori sono stati fatti per pensare che la condizione attuale, seppur buona se paragonata al passato, potrebbe essere molto, molto migliore? Descrivere lo scenario attuale non dovrebbe essere forse il punto “Zero” per poter migliorare le cose? Ma allo stato attuale, chi potrà permettersi di dire la verità sulla crisi? Chi, in periodo pre-elettorale, può permetterselo? Si può evitare di chiedersi quali sono stati gli errori solo per evitare che vengano attribuite delle colpe? Da sempre la verità, che rappresenta un “oggetto pericoloso” difficile da maneggiare, è affidata a “buffoni”, a “comici”, ai “pazzi” a narratori inventati di opere letterarie. Ai nostri giorni sono i “dati” e le statistiche le uniche due entità, quasi metafisiche, a potersi permettere di dire la verità. Ai dati ed alle statistiche oramai si attribuiscono la responsabilità delle scelte, come se quelle percentuali non fossero degli uomini. Ad esempio guardando la percentuale degli Italiani di chi, negli ultimi 17 anni, ha votato, in qualche maniera, per Berlusconi, viene da chiedersi dove siano adesso tutte queste persone. Oppure tutti ci chiediamo chi sono il circa 35% (ma forse il 45%…) di Italiani che evadono stabilmente le tasse. Oppure chi sono stati ad accendere mutui, prestiti e finanziamenti negli scorsi anni indebitandosi fino al collo. La vera colpa di questo “sistema” e che ci induce a desiderare ad ogni costo un livello di vita alto ed uguale per tutti al di la dei nostri desideri profondi, di quello che desideriamo veramente. Non credo ne abbia altre. La colpa di tutti noi e che seguiamo questo attrattore, tradendo quello che veramente siamo, acconsentendo ad essere quello che ci chiedono senza farci domande sulla nostra felicità. Nessun politico ci ricorderà che la colpa di “tutto” è di “tutti” perchè è angosciante, fastidioso e addirittura irreale per molti. Penso che questa sia, in ultima analisi, la verità sulla crisi di oggi e di sempre, ed il fallimento di questo sistema forse non coinciderà con il fallimento di tutti noi come esseri umani che, ognuno a nostro modo, lo abbiamo costruito (in pochi) ed alimentato (Tutti). Anche questa volta andremo a votare colui che ci convincerà che la colpa di tutto non è la “nostra” ma degli “altri”…
Perchè io non voterò nel 2013
Vorrei comunicarvi perchè io non voterò alle prossime elezioni 2013. Non destra, non sinistra, non centro, non Movimento 5 Stelle, non vecchi e non giovani. Non voterò non tanto perché ho difficoltà a scegliere un delinquente tra i delinquenti, o un incompetente tra altri incompetenti. La necessità di dover scegliere l’opzione “migliore” e non l’opzione “perfetta” appartiene naturalmente all’essere umano e tutti noi la esercitiamo nel corso della vita senza lamentarci perché sappiamo che non possiamo fare che così. E’ la condizione umana. Poco importa se lo scenario politico è drammatico, si potrebbe sempre scegliere il meno peggio. Ma è qui che sta il vero inghippo…
Due domande necessitano di risposta. Cosa sappiamo, noi cittadini della politica, delle persone che staranno al comando, delle loro vere intenzioni e del’indice probabilistico che uno di loro possa fare meglio dell’altro? Altra domanda, che qualche persona prima o poi dovrà fare: tutti noi cittadini vogliamo davvero il cambiamento?
Berlusconi aveva capito per primo la regola “zero” della politica, ovvero il consenso lo si costruisce dalla base. La maggior parte delle persone che vivono in Italia non hanno interesse per la politica, mi riferisco alla base dei cittadini, a quelle persone che si muovono verso la politica senza sapere nulla, ad esempio, di come funziona lo “Stato Italia”, di come si fanno le leggi, di che cosa è l’economia, etc.etc. per cui il vero aggancio con loro è l’emotività: a queste persone non serve dare troppe informazioni, a loro basta una “visione”, basta l’enfasi, basta non il vero, con la sua complessità, ma il verosimile, limpido, rincuorante e definito.
Tra la casta e la base abbiamo poi il “sottobosco” della popolazione. Medici, avvocati, piccoli imprenditori, professionisti, dirigenti pubblici, figli di buona famiglia. Tutte queste persone sanno, consapevolmente o meno, di essere nella posizione migliore poichè non hanno troppi benefits o troppi soldi, ma in cambio sanno di essere “invisibili”, di non rischiare molto sotto il profilo penale, e sanno di potersi muovere tra il disastro del paese con disinvoltura, sanno che il loro benessere è costruito sull’evasione fiscale e sull’aggirare la legge (chi lavora nel privato) e sull’inossidabilità della loro posizione e la assoluta assenza di una qualità di prestazione equiparata al loro stipendio (se lavorano nel pubblico). Sono loro che si lamentano di più e meglio, in maniera molto raffinata e confondente, ma sono proprio loro che vogliono che le cose non cambino drasticamente, nella sostanza, perché non sanno ancora se è nel loro interesse. Questa classe di persone sono il vero propellente segreto della politica. Cosa risponderebbe questo “sottobosco” se venisse chiesto loro di annullare il contante a favore di transazioni elettroniche per risolvere subito il problema dell’evasione fiscale? Cosa risponderebbero i dirigenti pubblici (anzi tutte le persone che stanno nella pubblica amministrazione o nei pubblici servizi) se gli si proponesse di essere seriamente valutati nel loro operato mettendo in discussione la loro non licenziabilità, l’assenza totale di richiesta di risultati? Io ritengo che la politica sia nelle mani di questo “sottobosco” e che la cosiddetta casta sia un prodotto di questo grande numero di persone, ne sia un’allegorica emanazione del suo cervello collettivo.
La politica , quindi, ci dirà sempre cose giuste. Tutti più o meno le dicono, se vi andate a vedere i programmi (le “idee” come le chiamano oggi), sia Berlusconi, sia Renzi, sia Grillo, tutti tutti. I problemi sono: 1) Queste idee hanno fondamento teorico e, lasciatemi dire, scientifico-positivistico per andare a buon fine? 2) COME intendono realizzare le loro idee?
La politica si lascerà sempre un margine di indeterminatezza quando parla di vincere l’evasione fiscale, di abbattere la disegualianza sociale, e tutto ciò che è un emergenza per il nostro paese. Per questo non è possibile sapere cosa penseranno davvero i canditati delle prossime elezioni.
Infine, le persone che si muovono con Beppe Grillo stanno un po a metà, ma anche loro amano l’enfasi e l’informazione parziale mixata alle stupidaggini, e Grillo di stupidaggini su ambiente, sanità ed economia ne dice un certo numero, a mio parere. Inoltre, nonostante quanto ne dica lo stesso Grillo, nel caso se ne andasse via il comico la gente perderà di nuovo la voglia di aggregarsi intorno a delle idee, perchè abbiamo sempre bisogno di un “vate”, di un “mecenate” di un “dittatore” di un “comico”, perchè non abbiamo fiducia in noi e nella potenza del confronto semplice tra uomini.
Chiedo con grande umiltà a tutti, dove stia l’errore nel pensiero che ho appena esposto, quale sia il rischio vero se la gente non va a votare. Solamente non vorrei sentire cose del tipo “con un simile ragionamento i paesi certo che vanno a ramengo!” oppure “il voto ha sempre valore.” oppure “Il voto è lo strumento principe di ogn democrazia.” oppure “se il paese va a ramengo e’ perche’ la maggioranza nelle precedenti elezioni ha votato un demente, se la cosa non vogliamo che si ripeta possiamo solo andare a votare.”. Vi prego non uccidiamoci a vicenda di stupidaggini. Sentiamo il bisogno di capire senza che ce lo dica Santoro, confrontiamoci senza che ce lo imponga un comico, cerchiamo di non avere paura ad essere retti e giusti perchè non è improbabile che il metafisico, dio, gli dei e tutto il resto siano solo un archetipo collettivo e che la realtà potrebbe essere niente di più, e niente di meno, che il nostro essere uomini davanti ad altri uomini, per cui, parafrasando Sartre, ogni persona è responsabile di tutto davanti a tutti”. Finisco chiedendo se, in assenza di informazione (il vero problema dell’Italia), è davvero un gesto stupido “stare fermo”? Creerò più danni di chi, senza basi logiche autentiche, voterà quello che definirà “il meno peggio” solo su dimensioni emotive e in assenza di veri dati oggettivi? Votare senza sapere nulla di reale, di concreto, di verificabile, di non ambiguo, non è più un diritto, è l’illusione di un diritto. Basandosi su questa illusione qualche persona potrà dire di essere stata votata da qualcuno, da una parte di popolazione e, di conseguenza, potrà dire di essere stato eletto democraticamente. Il voto è un diritto se sappiamo consapevolmente e concretamente chi e cosa faranno un certo gruppo di persone. Votare senza sapere nulla del mondo in cui viviamo e delle persone che pretendono di governarlo è solo un gesto irresponsabile. Dovrebbe, ognuno di noi essere informato sul funzionamento della nostra nazione e non dovremmo farci bastare quattro stupidaggini che loro chiamano “programmi” o, peggio, “idee”. Chi, cosa, perchè e, sopratutto COME. Con precisione. Questo a me manca. Per questo io nel 2013 non voterò.
Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire. (da Il diavolo e il buon Dio, 1951)
Per ottenere una verità qualunque sul mio conto, bisogna che la ricavi tramite l’ altro. L’altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla conoscenza che io ho di me. (da L’esistenzialismo è un umanismo, 1946)
L’uomo è condannato ad essere libero. (da L’essere e il nulla)

