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Sul significato della parola “complessità” in Psichiatria

Il metodo scientifico ha sempre presentato delle difficoltà nella sua applicazione alle discipline mediche. In particolare il determinismo, uno dei paradigmi dominanti della scienza classica, sembra quasi espellere molte, se non tutte, le branche della medicina dalla scienza classica per la sua sostanziale inapplicabilità nei loro ambiti specifici. La psichiatria e gli psichiatri, d’altra parte, sembrano essere molto affezionati alla legge meccanicistica della causa-effetto che recita: ogni evento possiede una causa ed il futuro è univocamente determinato dal presente. Lo psicoanalista, il farmacologo ed il clinico rifiutano quasi sempre esplicitamente, nelle premesse di metodo del loro lavoro, di muoversi sulle traiettorie di pensiero del determinismo ma di fatto lo fanno. Questo nonostante negli ultimi anni si sia presentata all’orizzonte la parola “complessità” che ha solo peggiorato il nostro livello di chiarezza di metodo illudendoci di essere entrati “magicamente” in contatto con un livello più profondo di conoscenza dei fenomeni mentali poichè questa parola semplice ed elegante, utile per autoproclamarsi “non riduzionisti”, non viene quasi mai messa in relazione con il significato che ad essa attribuiscono i fisici ed i matematici.
Alle volte si ha la sensazione che l’approccio definito “complesso” alla psichiatria sia paradossalmente affine a ciò che Laplace nel 1814, in una sorta di manifesto del meccanicismo ottocentesco, scriveva: “…dobbiamo dunque considerare lo stato presente dell’universo come effetto del suo stato anteriore e come causa del suo stato futuro. Un’intelligenza che, per un dato istante conoscesse tutte le forze di cui e` animata la natura e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono, se per di piu` fosse abbastanza profonda per sottomettere questi dati all’analisi, abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei piu` grandi corpi dell’universo e dell’atomo piu` leggero: nulla sarebbe incerto per essa e l’avvenire, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi…”.
E` quindi evidente che i fenomeni psichici di cui si occupano gli psichiatri spesso vengono definiti “complessi” facendo riferimento al senso etimologico del termine ovvero “complicati da definire nella globalità delle loro dimensioni”. Questo non è ciò di cui si occupano le scienze che esplorano la complessità. In realtà si occupano della cosa opposta.
Ad esempio come conciliare l’irregolarita’ di cose come la turbolenza con la struttura elegante e semplice delle leggi fondamentali? Oppure, per essere più affini all’ambito in oggetto, come prevedere il correlato comportamentale di uno stato mentale in evoluzione costante secondo un modello matematico predittivo? La risposta, tipicamente data fino a pochi anni fa, a questi rompicapi era: l’irregolarita, e quindi l’imprevedibilità, del passaggio da uno stato A ad uno B è solo apparente ed è dovuta alle tante variabili in gioco, molte delle quali evidentemente non sono conosciute. La complessità del mondo reale sarebbe quindi un artefatto: l’armonia e la semplicità sarebbero recuperate ad un livello più profondo. Questo modo di vedere le cose ha di fatto guidato lo sviluppo della fisica in una lotta contro la complessità e alla ricerca di leggi elementari, privilegiandone l’aspetto riduzionistico e quindi la ricerca di variabili di base ancora “nascoste”. Analogamente, a nostro parere, sta accadendo in psichiatria. La speranza di prevedere, ed addirittura controllare, il comportamento di sistemi complessi (ad esempio l’atmosfera o il comportamento) attraverso l’affinamento di modelli matematici ed il potenziamento dei mezzi di calcolo, si è dimostrata, infatti, completamente fallimentare nella misura in cui questi sistemi sono “caotici”.
Di fatto il concetto di “complessità” è modernamente riconducibile a quello matematico di “caos”.
Leggi di mutazione in apparenza semplici, addirittura narrabili nella loro evoluzione, siano essi stati mentali o turbolenze atmosferiche, hanno comportamenti non banali, non periodici e con irregolare dipendenza dalle condizioni iniziali. Accade cioè che piccole imprecisioni crescano velocemente nel tempo rendendo vano ogni tentativo di previsione (questo e’ noto come l’ effetto farfalla). Di fatto il comportamento “caotico” è una proprietà che emerge da un sistema per propagazione in avanti di irregolarità legate al rapporto tra le variabili in gioco e non dal numero o dalla complessità delle variabili stesse.
L’attribuzione di “proprietà caotiche” ai sistemi psicopatologici con i quali uno psichiatra si confronta ha sostanzialmente due implicazioni: una a livello concettuale, l’altra di tipo pratico. A livello filosofico il caos può cambiare il modo di guardare la realtà che ci circonda, in particolare la nostra riscrittura del determinismo che non è in contrasto con l’impredicibilità. Per quanto riguarda gli aspetti pratici è ben più chiaro il perchè del limite che abbiamo rispetto alla possibilita` di fare previsioni, e quindi di diagnosticare e curare, e delle conseguenti domande che dovremo porci per arrivare a tali traguardi nell’ambito di una scienza.

L’abolizione della complessità

Che cosa accomuna i politici di successo, gli intellettuali “televisivi”, i cantanti più famosi, gli psichiatri da ”palcoscenico”, ovvero tutte quelle persone che possiamo definire come le star della cultura e dell’arte popolare? Io penso che tutti costoro abbiano scoperto la formula del vero successo “pop” che è il riuscire ad abolire la complessità della condizione umana ad ogni costo. Un’altro esempio pratico: un medico ci spiega una malattia, ovvero tenta di far capire un fenomeno estremamente complesso a delle persone che non sanno nulla di medicina. Il medico verrà, generalmente, giudicato “bravo”, “comunicativo” e “preparato” dai pazienti nel momento in cui inizierà a produrre banali allegorie, ragionamenti per “analogia” e semplificazioni al limite della favoletta per bambini. La necessità sembra essere quella di abolire la complessità ad ogni costo anche quando non è possibile. Inoltre raramente ha importanza il “come” attuare questo processo di semplificazione “ad ogni costo”. Questo fenomeno è peculiare poichè il bisogno di osservare un universo “semplificato” non riguarda solo persone scarsamente colte o poco informate o “semplici”. Voler vedere il mondo come “bianco” o “nero”, “giusto” o “sbagliato”, “sano” o “malato”, etc. è un bisogno dell’uomo che è massimamente rappresentato nei bambini e nelle persone in cui istanze di dipendenza, di scarsa autonomizzazione o di delega della propria libertà di pensiero e di libero arbitrio permangono.