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Libri, Televisione e Internet: la voglia di una nuova ecologia dell’informazione
La posizione che più odio, attualmente, è quella del “purista” ideologizzato rispetto ai vari media. Ovvero “libri” vs “iPad”, “televisione” vs “internet”, “internet” vs “il resto del mondo”, “DTV” vs “Satellite”. Dibattiti di questo genere sono ancora in corso. Come si può perdersi in posizioni di critica ”ideologica” ad un media? Come si possono attribuire qualità assolute o denigrare sistematicamente dei sistemi di diffusione dell’informazione? Il predominio delle facezie, delle inutili informazioni, della banalità, della pornografia (posto che si consideri un area negativa), della violenza, delle idee sovversive (che significa?! bho…), di messaggi negativi, etc etc, lo ha avuto per gli ultimi 550 anni la carta stampata, in combinazione con la televisione per i restanti ultimi 50 anni. Ecco che il discorso sul web attuale, a mio parere, potrebbe essere per assurdo paragonato ad una ipotetica disquisizione ed accertamento filosofico sulla opportunità o meno di utilizzare i libri, in che maniera e secondo quali scopi. Mi pare che nessuno abbia mai criticato la carta stampata, come media, solo perchè esistono, ad esempio, sue declinazioni piuttosto inutili come i giornali scandalistici o la collezione di libri “Harmony”. Altro esempio: dipendenza dal web? Bho… Piuttosto sarebbe stato da discutere la dipendenza da televisione, no? Li si che ci siamo rincoglioniti per tutti gli anni ’80 e ’90 ma nessuno si è mai sognato di parlare del fatto che la multimedialità è accattivante e che quindi si può esagerare. Oppure ancora prima: dipendenza di casalinghe da fotoromanzi o riviste di trash/gossip? La cosa che è scappata di mano, che è sfuggita, è che il web è libero ed interattivo, e che aumenta la libertà di comunicazione. Punto. Questi sono gli unici elementi che aumentano l’angoscia di chi ci ha controllato per tutto il ventesimo secolo.
Mentre la grande massa delle persone si chiede se è meglio leggere un libro o usare l’ipad, il nuovo mondo digitale intorno a noi stà fiorendo in una complessità straordinaria favorendo la nascita di un nuovo ordine di libertà, quella di informarci tramite plurime fonti e di parlare insieme di ciò che abbiamo appreso. Il ventesimo secolo è stata l’era dei Titani, ovvero poco più di 20 aziende enormi, basandosi su TV e carta stampata hanno forgiato una informazione asservita al potere. Il ventunesimo secolo, grazie a molti ragazzini che negli anni ’80 e ’90 “non hanno giocato a calcio o a baseball”, sarà diverso: massicciamente multipolare, connesso, libero (almeno nelle premesse), forse in grado di cambiare il mondo, nel senso di indirizzare i nostri destini verso l’equità, le pari opportunità e, forse, la pace. Come utenti di tutti i media, spontaneamente, stiamo diventando più bravi a servirci dei contenuti. Siamo ormai allenati a quella corsa ad ostacoli che, ormai da dieci anni, è l’informazione. Cerchiamo. Filtriamo. Approfondiamo. Condividiamo. Contemporaneamente iniziamo anche a percepire un senso di “stagnazione” dei contenuti. Qualche cosa ci manca, ora che sappiamo cosa e dove cercare. Questo è il problema. Ad esempio, ora che la sfera pubblica è più viva è connessa che mai, sentiamo tutti il bisogno di un buon giornalismo. Si sentiranno ancora vecchi Guru dire che la causa di questa mancanza sono gli iPad, gli smartphone, internet. La tecnologia sarà l’unica colpevole ancora per qualche anno. Ovviamente una rivoluzione che produca buoni contenuti va ben oltre i siti web, la multimedialità, i blog o qualsiasi altra tecnica su cui passiamo tempo prezioso a discutere. Richiede nuovi sistemi di pensiero e nuove organizzazioni editoriali.Ad esempio l’uso che Obama ha fatto della tecnologia nel corso della sua campagna elettorale è stato molto decantato, ma da solo non l’avrebbe fatto vincere. Lui ha saputo combinare la potenza di diffusione delle sue idee con nuove opportunità di partecipazione e nuove strategie per organizzare i sostenitori e la gente sul territorio. Ha rischiato forte nella “devolution” dell’informazione, concedendo il potere di prendere decisioni ai volontari, alla base del partito. Inoltre la tecnologia è stata finalmente usata per comunicare tutta la complessità che richiede una democrazia sana. Il discorso chiave di Obama, quello sulla razza, ha prodotto solo brevi titoli e clips TV, ma 10 milioni di persone lo hanno scaricato dal web per intero, dimostrando che la gente non vuole più approssimazioni o semplificazioni quando in gioco ci sono le sorti di un paese. La lezione è che la tecnologia è solo una parte di un nuovo sistema di contenuti, ed un approccio ecologico all’informazione è ciò di cui il mondo ha un disperato bisogno, oggi. Infatti come nell’ecosistema naturale, anche in quello culturale ogni novità genera conseguenze prevedibili e imprevedibili a causa delle complesse connessioni tra gli elementi costitutivi. L’ecologia dell’informazione si trova probabilmente oggi al livello in cui l’ecologia dell’ambiente si trovava una trentina d’anni fa. Inoltre un approccio ecologico non è stato mai ipotizzato ne per i libri, ne per la televisione, nonostante la loro grande potenza. In definitiva, se oggi alcune persone si accorgono dell’inquinamento culturale generato dall’eccessivo ricorso alla produzione industriale di informazione, e del crescente bisogno di artigianalità e decrescita quantitativa, è anche grazie al fatto che la rete, al contrario di libri e tv, ha rivalutato le risorse culturali comuni e le possibilità di intervento delle persone e delle comunità. Esattamente come è stato fatto nella campagna elettorale di Obama. Per diffondere la consapevolezza di questo occorrerà tempo, attenzione, cura, collaborazione, discussione, e capacità di visione. L’ecologia dell’informazione ha bisogno di “terreni coltivati con qualità”: informazioni documentate, testinomianze verificate, relazioni accurate, ricerca orientata a principi di completezza e indipendenza, spirito di rispetto e legalità, orientamento al bene comune. Tutti abbiamo bisogno di nuove e belle storie da ascoltare. L’ecologia dell’informazione sarà sanità spirituale. Ci si arriverà poichè è evidente che il numero di ecologisti dell’informazione sta aumentando.
Perchè io non voterò nel 2013
Vorrei comunicarvi perchè io non voterò alle prossime elezioni 2013. Non destra, non sinistra, non centro, non Movimento 5 Stelle, non vecchi e non giovani. Non voterò non tanto perché ho difficoltà a scegliere un delinquente tra i delinquenti, o un incompetente tra altri incompetenti. La necessità di dover scegliere l’opzione “migliore” e non l’opzione “perfetta” appartiene naturalmente all’essere umano e tutti noi la esercitiamo nel corso della vita senza lamentarci perché sappiamo che non possiamo fare che così. E’ la condizione umana. Poco importa se lo scenario politico è drammatico, si potrebbe sempre scegliere il meno peggio. Ma è qui che sta il vero inghippo…
Due domande necessitano di risposta. Cosa sappiamo, noi cittadini della politica, delle persone che staranno al comando, delle loro vere intenzioni e del’indice probabilistico che uno di loro possa fare meglio dell’altro? Altra domanda, che qualche persona prima o poi dovrà fare: tutti noi cittadini vogliamo davvero il cambiamento?
Berlusconi aveva capito per primo la regola “zero” della politica, ovvero il consenso lo si costruisce dalla base. La maggior parte delle persone che vivono in Italia non hanno interesse per la politica, mi riferisco alla base dei cittadini, a quelle persone che si muovono verso la politica senza sapere nulla, ad esempio, di come funziona lo “Stato Italia”, di come si fanno le leggi, di che cosa è l’economia, etc.etc. per cui il vero aggancio con loro è l’emotività: a queste persone non serve dare troppe informazioni, a loro basta una “visione”, basta l’enfasi, basta non il vero, con la sua complessità, ma il verosimile, limpido, rincuorante e definito.
Tra la casta e la base abbiamo poi il “sottobosco” della popolazione. Medici, avvocati, piccoli imprenditori, professionisti, dirigenti pubblici, figli di buona famiglia. Tutte queste persone sanno, consapevolmente o meno, di essere nella posizione migliore poichè non hanno troppi benefits o troppi soldi, ma in cambio sanno di essere “invisibili”, di non rischiare molto sotto il profilo penale, e sanno di potersi muovere tra il disastro del paese con disinvoltura, sanno che il loro benessere è costruito sull’evasione fiscale e sull’aggirare la legge (chi lavora nel privato) e sull’inossidabilità della loro posizione e la assoluta assenza di una qualità di prestazione equiparata al loro stipendio (se lavorano nel pubblico). Sono loro che si lamentano di più e meglio, in maniera molto raffinata e confondente, ma sono proprio loro che vogliono che le cose non cambino drasticamente, nella sostanza, perché non sanno ancora se è nel loro interesse. Questa classe di persone sono il vero propellente segreto della politica. Cosa risponderebbe questo “sottobosco” se venisse chiesto loro di annullare il contante a favore di transazioni elettroniche per risolvere subito il problema dell’evasione fiscale? Cosa risponderebbero i dirigenti pubblici (anzi tutte le persone che stanno nella pubblica amministrazione o nei pubblici servizi) se gli si proponesse di essere seriamente valutati nel loro operato mettendo in discussione la loro non licenziabilità, l’assenza totale di richiesta di risultati? Io ritengo che la politica sia nelle mani di questo “sottobosco” e che la cosiddetta casta sia un prodotto di questo grande numero di persone, ne sia un’allegorica emanazione del suo cervello collettivo.
La politica , quindi, ci dirà sempre cose giuste. Tutti più o meno le dicono, se vi andate a vedere i programmi (le “idee” come le chiamano oggi), sia Berlusconi, sia Renzi, sia Grillo, tutti tutti. I problemi sono: 1) Queste idee hanno fondamento teorico e, lasciatemi dire, scientifico-positivistico per andare a buon fine? 2) COME intendono realizzare le loro idee?
La politica si lascerà sempre un margine di indeterminatezza quando parla di vincere l’evasione fiscale, di abbattere la disegualianza sociale, e tutto ciò che è un emergenza per il nostro paese. Per questo non è possibile sapere cosa penseranno davvero i canditati delle prossime elezioni.
Infine, le persone che si muovono con Beppe Grillo stanno un po a metà, ma anche loro amano l’enfasi e l’informazione parziale mixata alle stupidaggini, e Grillo di stupidaggini su ambiente, sanità ed economia ne dice un certo numero, a mio parere. Inoltre, nonostante quanto ne dica lo stesso Grillo, nel caso se ne andasse via il comico la gente perderà di nuovo la voglia di aggregarsi intorno a delle idee, perchè abbiamo sempre bisogno di un “vate”, di un “mecenate” di un “dittatore” di un “comico”, perchè non abbiamo fiducia in noi e nella potenza del confronto semplice tra uomini.
Chiedo con grande umiltà a tutti, dove stia l’errore nel pensiero che ho appena esposto, quale sia il rischio vero se la gente non va a votare. Solamente non vorrei sentire cose del tipo “con un simile ragionamento i paesi certo che vanno a ramengo!” oppure “il voto ha sempre valore.” oppure “Il voto è lo strumento principe di ogn democrazia.” oppure “se il paese va a ramengo e’ perche’ la maggioranza nelle precedenti elezioni ha votato un demente, se la cosa non vogliamo che si ripeta possiamo solo andare a votare.”. Vi prego non uccidiamoci a vicenda di stupidaggini. Sentiamo il bisogno di capire senza che ce lo dica Santoro, confrontiamoci senza che ce lo imponga un comico, cerchiamo di non avere paura ad essere retti e giusti perchè non è improbabile che il metafisico, dio, gli dei e tutto il resto siano solo un archetipo collettivo e che la realtà potrebbe essere niente di più, e niente di meno, che il nostro essere uomini davanti ad altri uomini, per cui, parafrasando Sartre, ogni persona è responsabile di tutto davanti a tutti”. Finisco chiedendo se, in assenza di informazione (il vero problema dell’Italia), è davvero un gesto stupido “stare fermo”? Creerò più danni di chi, senza basi logiche autentiche, voterà quello che definirà “il meno peggio” solo su dimensioni emotive e in assenza di veri dati oggettivi? Votare senza sapere nulla di reale, di concreto, di verificabile, di non ambiguo, non è più un diritto, è l’illusione di un diritto. Basandosi su questa illusione qualche persona potrà dire di essere stata votata da qualcuno, da una parte di popolazione e, di conseguenza, potrà dire di essere stato eletto democraticamente. Il voto è un diritto se sappiamo consapevolmente e concretamente chi e cosa faranno un certo gruppo di persone. Votare senza sapere nulla del mondo in cui viviamo e delle persone che pretendono di governarlo è solo un gesto irresponsabile. Dovrebbe, ognuno di noi essere informato sul funzionamento della nostra nazione e non dovremmo farci bastare quattro stupidaggini che loro chiamano “programmi” o, peggio, “idee”. Chi, cosa, perchè e, sopratutto COME. Con precisione. Questo a me manca. Per questo io nel 2013 non voterò.
Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire. (da Il diavolo e il buon Dio, 1951)
Per ottenere una verità qualunque sul mio conto, bisogna che la ricavi tramite l’ altro. L’altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla conoscenza che io ho di me. (da L’esistenzialismo è un umanismo, 1946)
L’uomo è condannato ad essere libero. (da L’essere e il nulla)
Informazione medico scientifica a rischio: molti trials clinici portati a termine non vengono pubblicati
Una buona parte dei dati degli studi clinici sui farmaci non vengono resi noti, oppure vengono pubblicati con notevole ritardo, e molti di quelli pubblicati sono inadeguati. Questo considerazione emerge dal British Medical Journal sulla base dei risultati di due un’analisi che hanno valutato la quantità e la qualità dei risultati dei trial clinici pubblicati e non pubblicati. In altre parole si sospetta che ci possa essere una mistificazione dei risultati delle ricerche non tramite la “menzogna” ma tramite l’omissione; in tal modo non sarebbe assicurata la salute delle persone. Il timore, abbastanza fondato, che le aziende farmaceutiche potessero avere un atteggiamento selettivo nei confronti della pubblicazione dei dati degli studi clinici, già nel 2007 aveva indotto l’Fda a promuovere l’Amendments Act che ha reso obbligatoria la pubblicazione di una sintesi dei risultati degli studi pubblicati sul data base di clinicaltrials.gov entro un anno dal completamento dello studio. Attualmente il database di clinicaltrials.gov contiene i dati di 120mila studi clinici condotto in oltre 170 Paesi.
Nel primo studio, emerge come solo il 22% (163 su 678) degli studi clinici registrati su ClinicalTrials.gov -e per i quali secondo la legge americana è obbligatoria la pubblicazione entro un anno dal loro termine- siano stati pubblicati su una rivista scientifica entro un anno dal termine del trial.
Inoltre, meno della metà dei 635 studi condotti dall’US National Institute of Health tra il 2005 e il 2008 sono stati pubblicati entro 30 mesi dal loro termine. A circa 51 mesi dal termine degli studi, circa un terzo dei trial non è ancora stato pubblicato.
Un ulteriore studio ha integrato in una meta analisi già pubblicata i risultati di alcuni trial clinici non ancora resi noti disegnati per valutare l’efficacia di 9 farmaci, inclusi antipsicotici, antibiotici e trattamenti per la demenza e l’emicrania, approvati dall’Fda tra il 2001 e il 2002. Dallo studio è emerso che i risultati di efficacia di questi farmaci sono rimasti identici solo in 3 casi su 41 (7%) e nel 46% dei casi i risultati erano sotto- o sovra- stimati.
Secondo gli autori, i motivi della non pubblicazione o della pubblicazione non corretta dei risultati dei trial clinici sono diversi e includono ad esempio la mancanza di incentivi per la pubblicazione di risultati negativi, vincoli di tempo, risorse limitate e la non idoneità di un articolo per la pubblicazione su una rivista scientifica.
La pubblicazione “peer-reviewed” è molto importante; difatti, come fa notare il coordinatore dello studio, dottor Joesph Ross: «Medici e politici in genere dipendono dalle pubblicazioni “peer-reviewed” per conoscere i risultati degli studi clinici. Numerose ricerche hanno tuttavia dimostrato che i risultati degli studi spesso non vengono condivisi pubblicamente in modo tempestivo».
- Richard Lehman et al., Missing clinical trial data, Missing clinical trial data BMJ 2012;344:d8158
- Compliance with mandatory reporting of clinical trial results on ClinicalTrials.gov: cross sectional study BMJ 2012;344:d7373
- Susan Wieland, Karen A Robinson, Kay Dickersin, Understanding why evidence from randomised clinical trials may not be retrieved from Medline: comparison of indexed and non-indexed recordsc BMJ 2012;344:d7501
La libertà di informazione in Italia: il nodo della questione
La “Freedom House” è forse la più importante organizzazione mondiale che si occupa di “tastare il polso” al livello di libertà e democrazia nel mondo. Credo che sia importante sapere che l’Italia, dal 2004, è entrata a far parte di quelle nazioni che hanno un livello di libertà di informazione solo “parziale“. E’ al 75° posto nella classifica delle 196 nazioni del mondo (a pari merito con la Namibia). Sino al 2003 l’Italia era tra quelle nazioni in cui vi era sufficiente libertà di informazione. Questo è il link alla mappa riassuntiva.
Perché l’opposizione non ha mai fatto, e non sta ancora facendo, una grande “battaglia” per la libertà di espressione in Italia? E’ ovvio che lo stato attuale delle cose è un prodotto dell’opposizione. E’ ridicolo prendersela con Berlusconi. Per anni c’è stata una “bilancia” di potere che ha permesso di “nutrire” un gruppo di Italiani, quelli che sono stati al potere (destra e sinistra) e che avrebbero dovuto fare gli interessi della nazione, in maniera non morale. Magari legale, grazie a leggi sia “ad personam” ma anche “ad castam”, ma non morale. I partiti mettono le mani sui giornali, sulla televisione ed ora lo vorranno fare anche su quello che diverrà l’unico media, ovvero la rete. Perché nessun rappresentante dell’opposizione ha espresso fortissime e nette posizioni contro la recente “legge bavaglio” sull’informazione? E’ altrettanto ovvio che se non c’è libertà di informare chi è al potere fa quello che gli pare. Destra e Sinistra.
P.S. Al potere sapete chi ci sono? Ci sono degli italiani. C’è la nostra mentalità al potere. C’è il nostro scarso interesse per sapere come stanno davvero le cose. C’è la nostra debolezza ad essere sedotti da chi ci governa.
P.S. 2 Consiglio a tutti questo VIDEO altamente esplicativo…
“Sciocchezze” e “Miti” in campo medico-biologico
Un ormai “vecchio” studio pubblicato sul “British Medical Journal” del Dicembre 2007 ha avuto come obiettivo quello di analizzare ed eventualmente affermare la veridicità o l’inesattezza di alcuni “luoghi comuni” in campo medico-biologico diffusi tra la gente.
I risultati sono stati chiari e precisi, e hanno dato ragione al professor Aaron Carroll, assistente di pediatria al Regenstrief Institute di Indianapolis e alla ricercatrice Rachel Vreeman, che si occupa di salute del bambino alla Indiana University School of Medicine, da sempre convinti che la disinformazione sia fonte di molti problemi di salute.
Eccone alcuni dei “luoghi comuni” giudicati falsi:
BERE OTTO BICCHIERI D’ACQUA AL GIORNO – E’ un consiglio molto diffuso negli Stati Uniti, ed avrebbe lo scopo di tenere l’organismo idratato e di scongiurare la stipsi. In realtà non c’è alcuna evidenza scientifica dietro questa affermazione. Per mantenere il corpo ben idratato, in condizioni normali di temperatura e di sforzo, basta bere normalmente e non farsi mancare frutta e verdura. Se poi si vogliono dei segnali dal proprio organismo circa necessità di liquidi è sufficiente guardare il colore delle urine (se diventa scuro meglio bere di più) e non ignorare lo stimolo della sete.
PULIRSI L’ORECCHIO CON I “BASTONCINI” - Molti ritengono che per tenere il canale auricolare libero da cerume sia necessario utilizzare gli appositi “bastoncini” dotati di estremità di cotone. Niente di più sbagliato. Facendo così si corre il rischio di spingere il cerume all’interno ma soprattutto di comprimerlo ancora di più. Se poi si utilizza la procedura con i bambini si rischia anche di danneggiare il timpano. Per liberarsi dal cerume ci sono prodotti appositi oppure è possibile rivolgersi ad un otorinolaringoiatra. I bastoncini sono invece consigliati per la pulizia dell’ombelico.
LEGGERE A LUCI BASSE ROVINA LA VISTA – Tentando di leggere in condizioni di scarsa illuminazione è possibile provare un senso di affaticamento alla vista o problemi di messa a fuoco, ma questi sintomi non hanno effetti negativi permanenti. La teoria secondo la quale leggere nella penombra causa miopia è infondata. Si consideri per esempio che la percentuale di persone miopi è aumentata nell’ultimo secolo rispetto ai periodi in cui l’umanità utilizzava le candele o le lampade ad olio per illuminare le proprie case.
TAGLIARSI I PELI LI FA CRESCERE PIU’ GROSSI E PIU’ IN FRETTA - E’ uno dei miti più duri a morire. Uno studio ha smentito questa credenza già 80 anni fa, ma non è bastato. Il fatto che un pelo sembri ricrescere più “robusto” dopo essere stato tagliato dipende solo dal fatto che è più scuro di quello reciso perché non è stato ancora esposto alla luce. E se sembra più alto è perché non è stato ancora schiacciato da nulla. Chissà quante volte le ragazze si sono rifiutate di usare il rasoio, la famosa “lametta”, per il terrore di veder poi crescere la “barba” sulle gambe, e si sono sottoposte a costosi trattamenti a base di ceretta.
La rasatura invece, secondo gli studi dei ricercatori americani, non avrebbe alcun affetto sullo spessore e la frequenza della ricrescita.
“NATURALE” E’ PIU’ SICURO - La maggior parte delle medicine deriva da prodotti naturali, quindi piante e erbe hanno poteri terapeutici. Ma molto piante ed erbe contengono anche potenti veleni e tossine. Il lavoro di ricerca svolto dai chimici serve proprio a depurare i principi utili da quelli dannosi ed a concentrarli. L’unica cosa che può garantire la sicurezza sono studi clinici seri e controllati, non la “naturalezza”.
L’ESSERE UMANO UTILIZZA SOLO IL DIECI PER CENTO DEL PROPRIO CERVELLO. Questa “leggenda medica” si è diffusa intorno al 1907 e non è stata originata, come si pensava, da Albert Einstein. Oggi la neuroscienza si è evoluta molto rispetto ad un secolo fa ed è certo che non esistano aree del cervello che restano costantemente inutilizzate.
CAPELLI E UNGHIE CONTINUANO A CRESCERE DOPO IL DECESSO: Questa scioccante quanto insolita affermazione è “pura fantasia” secondo quanto dichiarato dal medico forense William Maples. Tuttavia la disidratazione del corpo dopo la morte può causare un ritiro della pelle che mette maggiormente in evidenza unghie e capelli, dando l’illusione che non abbiano smesso di crescere.
ASPETTARE PIU’ TEMPO POSSIBILE PRIMA DI PRENDERE DEI MEDICINALI ANTIDOLORIFICI - Se si ha, per esempio, un serio mal di testa è meglio prendere un analgesico il prima possibile: non si soffre inutilmente e la pillola risulta più efficace.
NON FARE IL BAGNO DOPO MANGIATO – Dopo mangiato il sangue viene attratto verso stomaco e intestino, che devono svolgere le funzioni necessarie per la digestione del pasto. Quindi ne rimane a disposizione meno per i muscoli e per il resto dell’organismo. Se si svolge un’attività fisica intensa dopo mangiato si verifica quindi una “competizione” fra apparato digerente e muscoli che “si contendono” il sangue. Questo può comportare una difficoltà a digerire o una particolare stanchezza, che può portare in qualche caso allo svenimento per “furto di sangue” al cervello. Se ciò accade in acqua è chiaro che i rischi sono alti, perché si rischia l’annegamento, ma un conto è fare un bagno in mare, in acqua fredda dopo mangiato, oppure fare una partita di tennis sotto il sole dopo mangiato, discorso diverso è il concedersi un bagno in acqua calda o tiepida in una piscina dove si tocca o nella vasca del bagno di casa. E’ evidente che il rischio è completamente diverso.
I TELEFONI CELLULARI SONO PERICOLOSI NEGLI OSPEDALI: L’ultimo dei “falsi miti” è quello della dannosità dei telefoni cellulari sulle apparecchiature mediche degli ospedali. Nonostante i timori diffusi, gli studi hanno riscontrato interferenze minime se non nulle con l’equipaggiamento medico. Al contrario, è stato evidenziato come l’utilizzo di telefoni mobili da parte dei dottori è da associare ad un ridotto rischio di errore medico causato dalla eventuale lentezza nel trasmettere una comunicazione urgente.
