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Sul Nepotismo
Il nepotismo è la pratica per cui coloro i quali detengono autorità o potere in qualche ambito, tendono favorire i propri parenti, indipendentemente dalle loro reali capacità e competenze. In senso profondo la potremmo definire una condizione di ‘narcisismo maligno’: io ho una posizione privilegiata che merito totalmente e mio figlio, come parte ancora non identificata da me, non può non meritarla a sua volta. E’ questa una delle tante situazioni in cui il narcisismo ignora il codice morale superegoico, prendendo il sopravvento. Ma non solo: una possibile analisi di questa condizione porta ad ipotizzare un’ ‘immaturità simmetrica’ Genitore-Figlio, e, di conseguenza, una condizione di amore non adulto, di stampo forse più maschile come archetipo originario. Infatti la madre ha come supremo gesto d’amore l’espulsione del feto nel mondo, e il senso di colpa risiede nell’incapacità di attuare questa espulsione. Una madre ama il figlio perchè lo proietta nel mondo con un imperativo eroico cucito addosso: “Resisti!”.
Il nepotismo rappresenta, di fatto, una distorsione di base del pensiero che ha radici antropologiche senz’altro legate alla protezione della prole, ma che in realtà si carica di valenze profondamente aggressive verso di essa: passando attraverso un’ammissione di fallimento del proprio ruolo genitoriale si sancisce l’inettitudine dell’oggetto di amore. Secondo queste premesse, in un paese come il nostro, si sta generando una nuova forma di senso di colpa in molti genitori, paradossale, che è quella di non potere essere sufficientemente potenti ed influenti per esercitare questa forma di facilitazione e, alla luce di queste considerazioni, di danno concreto verso i propri figli. Nello scenario della nostra nazione il nepotismo è appaiato alla assoluta assenza di interesse nell’ottenimento di risultati da parte delle persone che ricoprono ruoli di rilievo, e questo a mio parere non riguarda solo le cariche pubbliche. Inoltre in assenza di interesse per la conferma del valore personale – svalutato ab inizio proprio dalle figure di riferimento famigliari, non c’è il concetto di riconquistare, di rimettersi alla prova giorno per giorno. Il narcisismo diventa un tratto della linea famigliare, una sorta di gene psichico che viene inevitabilmente tramandato.
Ricordate la metafora della pulsantiera, resa famosa da un bellissimo episodio di “The Twilight Zone“? Io schiaccio un pulsante e una persona che NON conosco morirà, mentre io riceverò un milione di dollari in contanti. Semplice. Una tentazione pura ed assoluta per la propria etica. Per alcune persone la facilità di inviare un proprio famigliare verso un incarico ambito è paragonabile a quella di schiacciare un semplice pulsante, di fare una telefonata. Quanti italiani hanno nel loro DNA la lucidità per scegliere di non farlo se messi alla prova? Ovvero, quanti italiani sanno che schiacciare quel pulsante equivale a danneggiare non solo il paese ma anche il famigliare e la propria famiglia? Pensate che uno stipendio alto ed un posto lavorativo di pregio leniranno le coscienze e le ferite?
Perchè io non voterò nel 2013
Vorrei comunicarvi perchè io non voterò alle prossime elezioni 2013. Non destra, non sinistra, non centro, non Movimento 5 Stelle, non vecchi e non giovani. Non voterò non tanto perché ho difficoltà a scegliere un delinquente tra i delinquenti, o un incompetente tra altri incompetenti. La necessità di dover scegliere l’opzione “migliore” e non l’opzione “perfetta” appartiene naturalmente all’essere umano e tutti noi la esercitiamo nel corso della vita senza lamentarci perché sappiamo che non possiamo fare che così. E’ la condizione umana. Poco importa se lo scenario politico è drammatico, si potrebbe sempre scegliere il meno peggio. Ma è qui che sta il vero inghippo…
Due domande necessitano di risposta. Cosa sappiamo, noi cittadini della politica, delle persone che staranno al comando, delle loro vere intenzioni e del’indice probabilistico che uno di loro possa fare meglio dell’altro? Altra domanda, che qualche persona prima o poi dovrà fare: tutti noi cittadini vogliamo davvero il cambiamento?
Berlusconi aveva capito per primo la regola “zero” della politica, ovvero il consenso lo si costruisce dalla base. La maggior parte delle persone che vivono in Italia non hanno interesse per la politica, mi riferisco alla base dei cittadini, a quelle persone che si muovono verso la politica senza sapere nulla, ad esempio, di come funziona lo “Stato Italia”, di come si fanno le leggi, di che cosa è l’economia, etc.etc. per cui il vero aggancio con loro è l’emotività: a queste persone non serve dare troppe informazioni, a loro basta una “visione”, basta l’enfasi, basta non il vero, con la sua complessità, ma il verosimile, limpido, rincuorante e definito.
Tra la casta e la base abbiamo poi il “sottobosco” della popolazione. Medici, avvocati, piccoli imprenditori, professionisti, dirigenti pubblici, figli di buona famiglia. Tutte queste persone sanno, consapevolmente o meno, di essere nella posizione migliore poichè non hanno troppi benefits o troppi soldi, ma in cambio sanno di essere “invisibili”, di non rischiare molto sotto il profilo penale, e sanno di potersi muovere tra il disastro del paese con disinvoltura, sanno che il loro benessere è costruito sull’evasione fiscale e sull’aggirare la legge (chi lavora nel privato) e sull’inossidabilità della loro posizione e la assoluta assenza di una qualità di prestazione equiparata al loro stipendio (se lavorano nel pubblico). Sono loro che si lamentano di più e meglio, in maniera molto raffinata e confondente, ma sono proprio loro che vogliono che le cose non cambino drasticamente, nella sostanza, perché non sanno ancora se è nel loro interesse. Questa classe di persone sono il vero propellente segreto della politica. Cosa risponderebbe questo “sottobosco” se venisse chiesto loro di annullare il contante a favore di transazioni elettroniche per risolvere subito il problema dell’evasione fiscale? Cosa risponderebbero i dirigenti pubblici (anzi tutte le persone che stanno nella pubblica amministrazione o nei pubblici servizi) se gli si proponesse di essere seriamente valutati nel loro operato mettendo in discussione la loro non licenziabilità, l’assenza totale di richiesta di risultati? Io ritengo che la politica sia nelle mani di questo “sottobosco” e che la cosiddetta casta sia un prodotto di questo grande numero di persone, ne sia un’allegorica emanazione del suo cervello collettivo.
La politica , quindi, ci dirà sempre cose giuste. Tutti più o meno le dicono, se vi andate a vedere i programmi (le “idee” come le chiamano oggi), sia Berlusconi, sia Renzi, sia Grillo, tutti tutti. I problemi sono: 1) Queste idee hanno fondamento teorico e, lasciatemi dire, scientifico-positivistico per andare a buon fine? 2) COME intendono realizzare le loro idee?
La politica si lascerà sempre un margine di indeterminatezza quando parla di vincere l’evasione fiscale, di abbattere la disegualianza sociale, e tutto ciò che è un emergenza per il nostro paese. Per questo non è possibile sapere cosa penseranno davvero i canditati delle prossime elezioni.
Infine, le persone che si muovono con Beppe Grillo stanno un po a metà, ma anche loro amano l’enfasi e l’informazione parziale mixata alle stupidaggini, e Grillo di stupidaggini su ambiente, sanità ed economia ne dice un certo numero, a mio parere. Inoltre, nonostante quanto ne dica lo stesso Grillo, nel caso se ne andasse via il comico la gente perderà di nuovo la voglia di aggregarsi intorno a delle idee, perchè abbiamo sempre bisogno di un “vate”, di un “mecenate” di un “dittatore” di un “comico”, perchè non abbiamo fiducia in noi e nella potenza del confronto semplice tra uomini.
Chiedo con grande umiltà a tutti, dove stia l’errore nel pensiero che ho appena esposto, quale sia il rischio vero se la gente non va a votare. Solamente non vorrei sentire cose del tipo “con un simile ragionamento i paesi certo che vanno a ramengo!” oppure “il voto ha sempre valore.” oppure “Il voto è lo strumento principe di ogn democrazia.” oppure “se il paese va a ramengo e’ perche’ la maggioranza nelle precedenti elezioni ha votato un demente, se la cosa non vogliamo che si ripeta possiamo solo andare a votare.”. Vi prego non uccidiamoci a vicenda di stupidaggini. Sentiamo il bisogno di capire senza che ce lo dica Santoro, confrontiamoci senza che ce lo imponga un comico, cerchiamo di non avere paura ad essere retti e giusti perchè non è improbabile che il metafisico, dio, gli dei e tutto il resto siano solo un archetipo collettivo e che la realtà potrebbe essere niente di più, e niente di meno, che il nostro essere uomini davanti ad altri uomini, per cui, parafrasando Sartre, ogni persona è responsabile di tutto davanti a tutti”. Finisco chiedendo se, in assenza di informazione (il vero problema dell’Italia), è davvero un gesto stupido “stare fermo”? Creerò più danni di chi, senza basi logiche autentiche, voterà quello che definirà “il meno peggio” solo su dimensioni emotive e in assenza di veri dati oggettivi? Votare senza sapere nulla di reale, di concreto, di verificabile, di non ambiguo, non è più un diritto, è l’illusione di un diritto. Basandosi su questa illusione qualche persona potrà dire di essere stata votata da qualcuno, da una parte di popolazione e, di conseguenza, potrà dire di essere stato eletto democraticamente. Il voto è un diritto se sappiamo consapevolmente e concretamente chi e cosa faranno un certo gruppo di persone. Votare senza sapere nulla del mondo in cui viviamo e delle persone che pretendono di governarlo è solo un gesto irresponsabile. Dovrebbe, ognuno di noi essere informato sul funzionamento della nostra nazione e non dovremmo farci bastare quattro stupidaggini che loro chiamano “programmi” o, peggio, “idee”. Chi, cosa, perchè e, sopratutto COME. Con precisione. Questo a me manca. Per questo io nel 2013 non voterò.
Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire. (da Il diavolo e il buon Dio, 1951)
Per ottenere una verità qualunque sul mio conto, bisogna che la ricavi tramite l’ altro. L’altro è indispensabile alla mia esistenza, così come alla conoscenza che io ho di me. (da L’esistenzialismo è un umanismo, 1946)
L’uomo è condannato ad essere libero. (da L’essere e il nulla)
La libertà di informazione in Italia: il nodo della questione
La “Freedom House” è forse la più importante organizzazione mondiale che si occupa di “tastare il polso” al livello di libertà e democrazia nel mondo. Credo che sia importante sapere che l’Italia, dal 2004, è entrata a far parte di quelle nazioni che hanno un livello di libertà di informazione solo “parziale“. E’ al 75° posto nella classifica delle 196 nazioni del mondo (a pari merito con la Namibia). Sino al 2003 l’Italia era tra quelle nazioni in cui vi era sufficiente libertà di informazione. Questo è il link alla mappa riassuntiva.
Perché l’opposizione non ha mai fatto, e non sta ancora facendo, una grande “battaglia” per la libertà di espressione in Italia? E’ ovvio che lo stato attuale delle cose è un prodotto dell’opposizione. E’ ridicolo prendersela con Berlusconi. Per anni c’è stata una “bilancia” di potere che ha permesso di “nutrire” un gruppo di Italiani, quelli che sono stati al potere (destra e sinistra) e che avrebbero dovuto fare gli interessi della nazione, in maniera non morale. Magari legale, grazie a leggi sia “ad personam” ma anche “ad castam”, ma non morale. I partiti mettono le mani sui giornali, sulla televisione ed ora lo vorranno fare anche su quello che diverrà l’unico media, ovvero la rete. Perché nessun rappresentante dell’opposizione ha espresso fortissime e nette posizioni contro la recente “legge bavaglio” sull’informazione? E’ altrettanto ovvio che se non c’è libertà di informare chi è al potere fa quello che gli pare. Destra e Sinistra.
P.S. Al potere sapete chi ci sono? Ci sono degli italiani. C’è la nostra mentalità al potere. C’è il nostro scarso interesse per sapere come stanno davvero le cose. C’è la nostra debolezza ad essere sedotti da chi ci governa.
P.S. 2 Consiglio a tutti questo VIDEO altamente esplicativo…
Il Giappone e la gestione della disperazione
E’ nostra abitudine da occidentali spargere intorno la disperazione: gettare addosso agli altri la nostra e farci invadere da quella degli altri. Alle volte la chiamiamo compassione. Ho avuto una sensazione guardando i documenti filmati dell’evento catastrofico che ha colpito il Giappone in questi giorni. Mi è sembrato che le persone volessero preservarsi a vicenda dal reciproco dolore. Sembra che nessuno, egoisticamente, stia cercando di evacuare violentemente la propria disperazione sul prossimo. E gli stessi media mi pare che favoriscano questo processo di elaborazione molto adulto, al contrario di quello che accade spesso in occidente dove i nostri canali di informazione, solitamente, tendono ad aggiungere emotività e clamore a situazioni che ne hanno fin troppa. Mi è sembrato che per questa gente il miglior modo per sopportare il dolore sia quello di cercare di arrecarne il meno possibile a tutti gli altri intorno. Lo trovo davvero meraviglioso e profondamente umanistico.
Bere per ubriacarsi: “binge drinking” soprattutto tra le donne?
Nel dicembre 2010 il Ministro della Salute ha trasmesso ai Presidenti di Camera e Senato la settima Relazione al Parlamento sugli interventi realizzati da Ministero e Regioni in materia di alcol in attuazione della Legge 30.3.2001 n. 125 “Legge quadro in materia di alcol e problemi alcolcorrelati”. Rileviamo nella relazione alcuni punti “interessanti”. Il primo: si sostiene che nel corso degli ultimi anni sia notevolmente aumentato l’uso dell’alcool come sostanza utilizzata prevalentemente per le sue caratteristiche psicoattive. Questo è un dato privo di senso poichè l’alcool è da SEMPRE stato utilizzato prevalentemente per i suoi effetti sul sistema nervoso centrale. Se nel 2011 prescindiamo da questo dato tanto ovvio quanto fondamentale siamo già sulla cattiva strada rispetto al riuscire a fare luce in maniera rigorosa sul gravissimo problema delle dipendenze e degli abusi di sostanze (alcool incluso). Se dal migliore nebbiolo o dal più raffinato whiskey scozzese togliessimo l’alcool, addio agli estimatori di queste bevande. Le indubbie apprezzabili qualità organolettiche delle bevande alcooliche sono, per la quasi totalità delle persone, un alibi rispetto alla voglia di sperimentarne gli effetti psicotropici. Così come accadrebbe se si producessero sigarette senza nicotina. Secondo dato riportato dello studio del Ministero: a soffrire di “binge drinking” (termine, a mio parere, totalmente inconsistente per definire il problema) sarebbero in particolar modo le donne di giovane età. Anche questo è un dato discutibile. Analizzare i comportamenti e le “cattive abitudini” di ragazzine intorno ai 14 anni di età ha a che fare con una mentalità scientifica ed analitica libera e non ipocrita che per anni è stata assente nel nostro paese dominato dal perbenismo e dall’aderenza a principi pseudo-morali. Lo stesso vale negli studi sulla sessualità. Quando dicono che nel nostro paese le abitudine delle ragazzine si stanno sovrapponendo a quelle delle loro coetanee dei paesi nordeuropei credo possa significare che siano gli addetti ai lavori, i ricercatori ed i divulgatori del ministero che stiano iniziando ad essere rigorosi e competenti come i loro corrispettivi colleghi di altri paesi. Ovvero ci stiamo accorgendo di cose che sono da sempre presenti e se ne ha il coraggio di discuterne. Gli uomini e le donne di tutto il mondo si “drogano” da sempre e, probabilmente, sempre lo faranno poichè le dipendenze e gli abusi di sostanze sono una malattia che si manifesta in alcune persone e non in altre. Inoltre l’alcolismo come “segno dei tempi” è un’inesattezza storica dato che a inizio secolo la percentuale di popolazione che soffriva di problemi alcool-correlati era sicuramente maggiore. Il perchè di questo ovvero quali siano le cause psicosociali, la questione della disponibilità o meno delle droghe (alcool incluso), la variabilità biologica, le caratteristiche delle sostanze stesse, sono variabili da indagare ancora profondamente. Ultimo dato ancora più assurdo: il numero degli utenti dei centri di alcoolofgia e dei Se.R.T. è in costante aumento. E’ ovviamente così ma il perchè di questo non è il fatto che aumenti il numero delle persone con problemi legati all’alcool, bensì il fatto che queste persone stiano iniziando a vedersi come “malati” e si sentano, lentamente, meno stigmatizzati. In sostanza non credo che la gente sia cambiata negli ultimi 15 anni (il periodo rilevato dallo studio). Probabilmente era il Ministero della Salute Italiano che era “indietro” di 15 anni sia dal punto di vista etico-morale, sia dal punto di vista medico-scientifico.
