Etichettato: neuroscienze

La macchina della Coscienza “a vapore” ::// “The Steam-Driven Brass Brain ©”

Raccolgo al volo un tema dei miei amici post-modernisti: Può una macchina essere cosciente? Ovvero: può l’uomo controllare e riprodurre il più affascinante ed inutile elemento evolutivo spurio, l’imprevisto optional della Coscienza? Probabilmente è opportuno mettersi, inanzitutto, d’accordo sui termini. Personalmente considererò sinonimi, in questo specifico contesto, ”Coscienza” e “Coscienza dell’Io“, ovvero, nella definizione classica “la sensazione della proprietà dei propri atti di conoscenza“. Non stiamo riferendoci, in buona sostanza, alla dimensione neurologica della veglia e delle funzioni ad essa collegate. E qui sta il primo inghippo. La coscienza, per definizione, sembrerebbe indagabile o dall’interno, dallo stesso soggetto cosciente, rapportandosi poi con altri esseri coscienti su sensazioni verosimilmente condivise perchè narrabili, oppure se ne possono studiare le sue alterazioni, i cosiddetti “altered states”, dalla dissociazione, ai “twilights states” (“stati crepuscolari”), stai oniroidi, etc. opposti a quello che “noi chiamiamo lo stato normale “lucido”, o di coscienza chiara” (K. Jaspers, Psicopatologia Generale, pag.148); dico che un essere cosciente “fenomenologicamente” competente può riconoscere e condividere pensieri su “stati alterati di coscienza”. Uno stato di coscienza alterato è caratterizzato, come velocissimo richiamo teorico, da uno spostamento qualitativo nel modo di funzionare della mente, senza necessariamente implicare il concetto di patologia (ad esempio allargamento o restringimento del “campo”). Le alterazioni della coscienza, quindi, seppur tutte diverse tra loro, rappresentano una deviazione dallo stato normale di “lucidità, continuità e connessione”. Parlando di coscienza la tautologia la fa da padrone. Nel classico “2001: A space Odyssey” ci rendiamo conto che HAL è cosciente, sopratutto perchè ad un certo punto è evidente una alterazione, uno stato patologico dissociativo, che è riconducibile ad una incongruità di istanze interne. In generale l’espediente letterario più frequente per dare garanzia al lettore che una macchina è cosciente è che essa sviluppi una malattia mentale, spesso di stampo dissociativo. Esclusa l’indagine dall’interno. Potremo applicare il Test di Turing, condizione in se molto Steampunk, valutando quindi la risposta “umana” ed intelligente nella relazione, ma non potremo indagare l’elemento della coscienza dell’Io poichè solo letterariamente esprimibile da colui che la sperimenta. Questo è già un grande primo problema: Come posso sapere se ho costruito un oggetto cosciente? In altre parole cosa contraddistingue una configurazione di materia cosciente da una non cosciente? Mi viene da chiedere se nell’oceano, grande serbatoio di materia e di forze fisico-chimiche in costante cambiamento, non si sviluppino mai transitorie configurazioni di molecole d’acqua che, magari per pochi istanti, abbiano le proprietà di un sistema cosciente? Oppure in uno sbuffo di vapore contenuto in una locomotiva? Marvin Minsky, il primo Guru delle reti neurali nel contesto del problema della coscienza artificiale, che fu consulente per il film 2001: A space Odyssey, scrisse: Probabilmente nessuno l’avrebbe mai saputo; non sarebbe importato, ma negli anni ’80, io e Good avevamo mostrato come le reti neurali potessero essere generate automaticamente -autoreplicate- in accordo con un qualsiasi arbitrario programma di apprendimento. Cervelli artificiali potrebbero venire fatti evolvere con un processo strettamente analogo allo sviluppo di un cervello umano. In ogni caso dato, i dettagli precisi non si sarebbero mai conosciuti, e anche se lo fossero, sarebbero milioni di volte troppo complessi per la comprensione umana.”. In altre parole chi sperimenta la coscienza ne sarebbe, filosoficamente, escluso dall’intima comprensione. Infine il secondo punto. Sono realmente saturo e amareggiato nel sentire parlare, ancora in questi anni, di analogie strutturali tra mente-cervello e computer-software. Trovo che tale similitudine o paragone sia semplicemente sbagliato. La mente non è software ed il cervello non è hardware. Personalmente ritengo che la mente non sia emersa dal cervello, come si diceva un tempo “un epifenomeno” del cervello. Intuitivamente penso che la mente sia il cervello, o viceversa; dovendo a tutti i costi allegorizzare direi piuttosto che è come una “leva” che in se racchiude la sua funzione, ovvero non posso utilizzare la funzione di una “leva” senza una “leva” vera e propria. La funzione sembra essere inscindibile dall’oggetto che la esercita. Potremmo quindi ritrovarci a dover costruire una copia esatta di un cervello per valutare poi se diviene cosciente o meno, oppure ad andare “a caccia” di configurazioni di materia coscienti ad esempio studiando qualche miliardo di molecole di vapore acqueo in una sfera di ottone, mooolto Steampunk!!!, oggetto che “battezzerei” come “The Steam-Driven Brass Brain ©”, vi piace? :-). Simulare il processo secondo il paradigma software/hardware potrebbe semplicemente essere fallimentare, ovvero la coscienza, in ambito informatico, potrebbe non essere trattabile come un ciclone, un evento cosmico o una fluttuazione economica. Infine, il punto: Perchè voler creare una macchina cosciente? Questioni etiche a parte, che potrebbero fortemente perturbare il progresso in questo area di confine, la motivazione più forte che mi viene in mente, sarebbe la costruzione di un cervello artificiale basato sullo stesso principio di funzionamento del cervello umano per garantirci la possibilità di trasferire la nostra mente su un supporto hardware più duraturo, aprendo una via verso l’immortalità. Paradossalmente, infatti, la coscienza dell’Io è proprio quella funzione che ci mette drammaticamente in contatto con la terribile consapevolezza della nostra fine, della nostra morte. Non è forse un nostro sogno che liberati da un corpo fragile e degradabile, gli esseri umani dotati di un corpo sintetico più potente e di un cervello artificiale in grado di essere duplicato, potrebbero rappresentare il nuovo gradino evolutivo dell’uomo. Questa nuova specie, potrebbe cominciare l’esplorazione dell’universo alla ricerca di altre civiltà, sopravvivere alla morte del nostro sistema solare, controllare l’energia dei buchi neri, e viaggiare alla velocità della luce trasmettendo le informazioni necessarie alla sua replicazione su altri mondi: essere una generazione di dei onnipotenti. E’ così paradossale la coscienza, sembra quasi un virus il cui unico scopo è quello di replicare se stesso e di sganciarsi dal corpo che la sostiene diventanto puro “software”, principio metafisico dell’anima, rialimentando la dicotomia da me criticata poche righe prima e chiudendo il cerchio di questo mio pensiero, rimettendo in discussione tutto da capo…

La questione della ricerca in Psicofarmacologia

La quantificazione dei sintomi psichiatrici prima e dopo un trattamento e la qualità di vita corrispondente ed il concetto di trattabilità e guarigione sono ancora problemi aperti. La corrispondenza tra variabili biochimiche e l’espressività clinica, ovvero in che modo i sintomi target possono essere influenzati da una sostanza introdotta nell’organismo, è, ovviamente, il punto focale quando si affronta il tema del trattamento dei disturbi del sistema nervoso centrale, ma sappiamo tutti che la ricerca in farmacologia clinica in psichiatria si basa molto più su indici di correlazione “alla cieca” che sulla conoscenza effettiva dei meccanismi neurobiochimici che sostengono i sintomi. Storicamente la psicofarmacologia dei primi anni era caratterizzata non dalla sintesi di nuovi composti, ovviamente, ma dalla scoperta dell’applicabilità di molecole già conosciute in altri ambiti della medicina nell’ambito neurologico e psichiatrico. In seguito le nuove molecole sono state caratterizzate da piccole modifiche strutturali a partire delle prime. Ancora negli ultimi anni con difficoltà si puó affermare che qualche molecola abbia delle caratteristiche sufficentemente originali da poter essere definita effetivamente “di sintesi”. Oggi, con l’avanzamento delle tecnologie informatiche e il progredire delle conoscenze di farmacologia molecolare, stanno nascendo nuovi approcci alla progettazione di nuovi farmaci, basati su simulazioni di interazione farmaco-recettore. Tale metodo di indagine è noto come molecular modelling, e prevede comunque la conoscenza molecolare del bersaglio del farmaco che si vuole progettare. Tale ambito di ricerca non sarà applicabile alle patologie psichiatriche per molto tempo poichè le nostre conoscenze hanno un “gap” enorme quando il nostro punto di osservazione passa “di livello” cioè quando tentiamo di comprendere come interaggiscono le nostre conoscenze delle strutture recettoriali pre e post sinaptiche del singolo neurone con le vie nervose principali e con il “sentore” che ogni singolo stato mentale coinvolga plurime strutture anatomico-funzionali del cervello con modalità, per ora, quasi totalmente sconosciute. Stesso discorso riguarda l’ultimissima frontiera della sintesi degli oligonucleotidi, una nuova classe chimica di farmaci, che stanno prendendo campo, in particolar modo in oncologia, e che in un prossimo futuro potrebbero occupare un ruolo importante nel mercato. Essi agiscono inibendo la sintesi di proteine di in modo specifico, ed implicano conoscenze dei meccanismi fisiopatologici di base che in psichiatria non avremo per molti decenni. In sostanza senza una ricerca di base ancora più avanzata ed una interdisciplinarietà ancora tutta da fondare, le neuroscienze sono destinate ad una condizione di stallo. In che modo, quindi, si può far avanzare “realisticamente” la psicofarmacologia clinica di oggi?
“Efficacia”, “rapidità d’azione” e “sicurezza” sono da sempre i parametri che si tenta di raggiungere quando si propone l’utilizzo di un farmaco. Se in ambito, ad esempio, cardiologico la quantificazione di queste variabili pone già una certa quantità di problemi è indubbio che in psichiatria questa quota di “indeterminatezza” possa raggiungere livelli molto piú alti. Con questo non si vuole assolutamente affermare che la psichiatria sia al di fuori del ragionamento scientifico, tutt’altro; vorrei, peró, sottolineare come, in quest’area della medicina, sia possibile, piú che in altri ambiti, dire “ció che si vuole” supportandolo da dati che parrebbero dimostrarlo. Conseguenza di ció è che la ricerca in psichiatria potrebbe necessitare di una “dose aggiunta” di etica, il che ci rimanda direttamente al problema della responsabilità delle aziende, dei ricercatori, dei medici, delle agenzie ministeriali e delle università in questo senso. La questione morale dell’industria è problema antico e per nulla relegato all’ambito farmaceutico. È etico commercializzare armi? È etico produrre cibi dannosi per la salute? È etico nel corso del processo di produzione danneggiare l’ambiente? Queste domande poste a titolo di esempio sembrano essere tutte negativamente discutibili sul piano etico se analizzate in maniera “chiusa”; le risposte a queste ed altre domande non sono dei semplici “no” come parrebbe in apparenza, ma riguardano la ben più complessa questione del “che cosa possiamo avere in cambio di buono”. Al di la di questa premessa, cosa non è di sicuro etico, è affermare o alludere o far “passare” come messaggi impliciti cose non vere mediante meccanismi di comunicazione manipolatoria. Questo non solo non è etico, ma dovrebbe, a mio parere, essere oggetto di estrema attenzione, discussione ed eventualmente direttamente condannabile. Condannabile da chi? Questa è la domanda a cui è piú semplice rispondere. I due soggetti che dovrebbero raccogliere la sfida di riconsegnare all’etica il metodo scientifico nell’ambito della ricerca psicofarmacologica clinica sono sia la comunità scientifica extra-aziendale, le università in primis, sia, ovviamente, la classe medica, ovvero il principale “target” dell’informazione proveniente delle aziende produttrici dei farmaci. L’affermazione che “le aziende collaborano con i ricercatori delle università e con i medici negli ambulatori” richiederebbe, a nostro parere, molti e specifici approfondimenti. Allo stesso modo ritenere che i medici, per formazione di base e per disposizione etica, dispongano di sufficenti capacità di analisi scientifica e di possibilità di aggiornamento indipendente è altrettanto da approfondire.
Il contributo della “evidence based medicine” sarà fondamentale per un avanzamento “realistico” della psichiatria prossima futura nell’attesa di vere ed autentiche novità delle neuroscienze, che al momento sono solo all’orizzonte. Più precisamente stiamo parlando del tentare di ricostruire nel setting della “psichiatria reale”, sulle vie che hanno già tracciato gli studi CATIE e CutLASS, giusto per citare due esempi paradigmatici, molte delle nostre convinzioni. Tentare di estendere una analisi razionale e scientifica basata sulla quantificazione “reale” degli outcomes ad ambiti anche non farmacologici è anch’esso una sfida; pensiamo alle questioni sempre aperte e tutte da “ripensare” delle psicoterapie, degli interventi comunitari, degli interventi socio-assistenziali, degli interventi mediati dalla tecnologia. Pensare al futuro prossimo della ricerca psicofarmacologica, ma più in generale della psichiatria, a nostro parere, porta necessariamente a considerare un processo di profonda “revisione” di ciò che già è stato fatto, mirando alla “perfezione” dell’analisi dei risultati. Secondo queste premesse non è esatta l’affermazione che la ricerca “pubblica” non è più percorribile, dato che al momento non è realistico definire “ricerca” quella attuata dalle aziende farmaceutiche che non stanno proponendo, di fatto, nulla di nuovo da anni. Gli esempi del NIMH negli Stati Uniti e del NICE in UK hanno mostrato che “ricerca” non significa proporre lo stesso farmaco tante volte, ma è ben più importante capire “al meglio” quale è il migliore e più razionale utilizzo dei farmaci che già abbiamo. Nell’attesa di un vera innovazione nella diagnosi e nella cura la quale, molto probabilmente, non sarà neppure più rappresentata da una “pillola”.

Questo post è scritto da Valerio Rosso su: 
http://www.psyk.it

La Salienza Aberrante

Shitij Kapur è stato uno dei primi autori a descrivere interessanti scenari della psichiatria contemporanea in cui interpretazioni neuroscientifiche e fenomenologiche della mente coesistono. In particolare a lui si deve il concetto di salienza aberrante come via di interpretazione del fenomeno psicotico. Secondo il modello di Kapur, il sistema mesolimbico dopaminergico rivestirebbe un ruolo importante nell’attribuzione della “salienza“, che è il processo per mezzo del quale avvenimenti, percezioni e pensieri catturano l’attenzione del soggetto e generano comportamenti finalizzati secondo le leggi comportamentali di “ricompensa” e “punizione” (concetto di “salienza motivazionale”). In corso di psicosi la disregolazione della dopamina nel sistema mesolimbico genererebbe un aumento di “salienza” ovvero un eccesso di attribuzione di significato a stimoli altrimenti ritenuti neutri che si trasformerebbero in entità avverse, pericolose o misteriose che portano il paziente ad attuare sforzi interpretativi “aberranti” e, di conseguenza, scorretti sul piano della normale percezione della realtà e del suo rapporto con le nostre capacità di analisi. In questo modello i sintomi deliranti o allucinatori costituiscono un instabile tentativo, che Shitij Kapur definisce “Top-Down”, mediante il quale un soggetto psicotico tenta di spiegare le proprie esperienze secondarie allo stato di salienza aberrante. In altre parole i contenuti deliranti ed allucinatori sarebbero il risultato del tentativo di comprendere “esperienze di relazione con alterate attribuzioni di significato del reale” mediante l’applicazione dei normali processi del ragionamento logico. Vedi articolo di Shitij Kapur su “The American Journal of Psychiatry”, Gennaio 2003: 
http://ajp.psychiatryonline.org/article.aspx?Volume=160&page=13&journalID=13

Rêverie, Abduzione ed altre magie della mente

La cultura occidentale mostra una scissione, un dualismo rispetto ai prodotti della mente umana secondo quelle che sono le dimensioni del pensiero “razionale” contrapposto a quello “irrazionale”. Il pensiero “razionale” sembra splendere come un faro nella notte, mentre quello “irrazionale” viene considerato un prodotto di scarto della nostra mente. Proviamo intanto a cambiare la dizione da “irrazionale” a “non razionale”. A questo punto partiamo dal presupposto che nella nostra mente, e quindi nel nostro cervello, si possono individuare due principali modalità di funzionamento che potremmo chiamare, appunto, “razionale” e “non razionale”. Il cervello “razionale” funziona secondo le leggi della logica ed è in grado di eseguire un processo per volta con modalità analitiche. Il cervello “non razionale” mostra un funzionamento completamente diverso, ovvero processa informazioni emotive, propriocettive e sensoriali con modalità sintetiche ed è in grado di gestire decine di processi elaborativi “in parallelo”. I risultati della “mente non razionale” sono quelli che hanno a che fare con l’intuizione, il prodotto artistico e l’empatia. I prodotti di questo nostra funzione “magica” hanno un valore immenso quando vengono integrati con l’altra metà del nostro cervello che ce ne permette la fruizione integrandoli nella realtà. Ad esempio il detective Sherlock Holmes non è vero che proceda nelle sue indagini per “deduzione”; egli piuttosto attua dei processi di “abduzione” ovvero un processo mentale legato al cervello “non razionale” che gli permette di aggiungere la dimensione creativa ed intuitiva alla potentissima funzione analitica, che è abilissima nel dimostrare teoremi ma che è spesso insufficente nell’analisi della realtà che è plurisensoriale e semanticamente complessa. Un altro esempio mirabile di questa forma di pensiero è la cosidetta “rêverie”‘ che è una sorta di stato sognante che può fornire immense interpretazioni della realtà. Ogni artista, ogni scrittore sa di cosa parlo. Vi porteró un esempio paradigmatico. Dieci anni prima del congresso di Norimberga, momento in cui l’antisemitismo nazista diventerà ufficiale, Franz Kafka immaginava che un uomo, dopo una notte di sogni inquieti, si sveglierà trasformato in scarafaggio. Kafka scriveva “La Metamorfosi”. Poco dopo lo stesso Kafka scriverà “Il processo”: un uomo è condannato a morte senza conoscera neppure l’imputazione. In sintesi Kafka, mediante un processo di rêverie artistica, stava predicendo quello che sarebbe successo da li a pochi anni al popolo ebraico a cui lui apparteneva. Badate bene che Kafka non era un indovino. Lo scrittore assecondando il funzionamento del suo “cervello non razionale” riesce a raccogliere e a leggere i segnali nascosti di un mondo in cambiamento, dimostrando che non sarà la sola logica e la capacità analitica a salvare l’uomo dalla sua ferocia.

La nostra Memoria

La nostra memoria è in se sopravvalutata, e le sue performance effettive sono di basso livello. Prendiamo, ad esempio, la nostra memoria visiva: se richiamate alla mente l’immagine della vostra automobile e ne valutate la qualità, vi renderete conto che è molto bassa. Ho riportato nella foto di questo post quella che è, più o meno, l’immagine che riesco a richiamare io ed il risultato non è neppure lontanamente paragonabile  alla visione in “tempo reale”. Le restanti “memorie”, sensoriali, concettuali, non sono qualitativamente diverse dato che la nostra funzione mnesica si configura come un percorso dinamico di ricostruzione e connessione di rappresentazioni, piuttosto che come un semplice “immagazzinamento” di dati in uno spazio mentale statico. La fedeltà al modello originale non è necessaria, anzi sarebbe un elemento limitante ad un uso creativo delle tracce mnesiche. D’altra parte l’uomo sembra necessitare di riproduzioni fedeli di ciò che è destinato a perdere, infatti siamo circondati di memoria, la produciamo, e, di ritorno, la subiamo in tutti gli aspetti della nostra esistenza (musei, storia, fotografie, filmati, audio, monumenti). In ultima analisi non accettiamo l’evidenza che la nostra memoria non serve a ricordare ma a rielaborare.