Etichettato: psichiatria

Pareidolie

Leonardo consigliava agli artisti del suo tempo di guardare le le venature dei marmi, le strane macchie di umido sui muri, le nuvole, la cenere, per scorgervi paesaggi ed animali, cose inusitate e mostruose, com’era solito fare lui stesso, abbandonandosi alla potenza evocatrice delle “cose confuse”, perché “nelle cose confuse l’ingegno si desta a nuove invenzioni”. Di sicuro pochi dei suoi contemporanei vollero accettare l’anomalia della conoscenza fondata sulla Reveriè e, di conseguenza, sulle immagini in contrasto alla supremazia della parola. Jung, probabilmente basandosi direttamente sulle esperienze personali della pratica dei Mandala e della pittura, in quel periodo della sua vita che lui chiamò “l’assenza dei riferimenti” (1912-1919), postulò che le vie per avvicinarsi al proprio inconscio fossero sostanzialmente due: una procede nella direzione della “raffigurazione” (la cui manifestazione più immediata è l’attività onirica e quelle più “mediate”, sono, nella psicologia analitica, l’immaginazione attiva e la sandplay), l’altra è quella comprensione. Egli affermò: “Le due strade sembrano essere l’una il principio regolatore dell’altra, entrambe sono legate da un rapporto di compensazione. La raffigurazione estetica ha bisogno della comprensione del significato, e la comprensione ha bisogno della figurazione estetica”. Ai giorni nostri diamo per acquisito che il logos dell’anima prediliga, senza dubbio, il linguaggio immaginale dell’intuizione e dell’evocazione, più tipico del sogno e del gioco, spesso in contrapposizione alla speculazione filosofica.

Le nuove terapie farmacologiche dei Disturbi d’Ansia

Lo spettro dei disturbi d’ansia sono un problema marcatamente presente nella popolazione. In particolare l’ansia grave, il disturbo da attacchi di panico ed alcune forme di insonnia possono essere patologie invalidanti con un alto costo in termini di qualità di vita. Attualmente le terapie farmacologiche dell’ansia sono sempre più indirizzate al non utilizzo delle benzodiazepine poiché farmaci ad alto rischio di dipendenza se non utilizzati per un periodo breve e sotto stretto controllo medico. L’alternativa alle benzodiazepine include, come prima scelta, i cosiddetti antidepressivi SSRI e, in alcuni casi, molecole dall’efficacia ancora in fase, a mio modesto parere, di studio approfondito (gabapentin e pregabalin). In ogni caso sia gli antidepressivi SSRI che gabapentin e pregabalin hanno un tempo di latenza nello sviluppare l’azione terapeutica che spingono i medici (ed i pazienti, indirettamente) a continuare ad utilizzare le benzodiazepine. All’orizzonte alcune nuove molecole sembrano essere in procinto di entrare in commercio e di essere testate mediante studi clinici, che si spera, essere approfonditi e indipendenti dalle pressioni delle aziende che le producono. Vediamo un piccolo sunto di queste nuove molecole:

1) Una farmaco sviluppato da Ely-Lylli, il LY354740, sembra avere azione  sui recettori mGlu 2 e 3 del circuito mesocorticolimbico, e sembrano essere un nuovo bersaglio terapeutico per il trattamento dei disturbi d’ansia, tentando di bloccare il rilascio pre-sinaptico del neurotrasmettitore glutammato.

2) Molte molecole della famiglia degli Azapironi, a cui appartiene, ad esempio, il buspirone, un fallimentare farmaco già sperimentato in passato per i disturbi d’ansia, sembrano aver portato buoni risultatiEcco alcuni nomi.

3) Il riluzole, un farmaco efficace nella sclerosi laterale amiotrofica, sembra avere interessanti sviluppi anche sul versante del trattamento dei disturbi d’ansia. E’ una molecola che blocca i canali del sodio TTX-sensitive ed indirettamente previene la stimolazione dei recettori del glutammato.

4) il tiagabine è un farmaco già in commercio come anticonvulsivante (prodotto da Cephalon con il nome di Gabitril) che sembra avere efficacia nel disturbo da attacchi di panico.

Tutti questi farmaci sono in varie fasi di studio piuttosto avanzate ma meritano ancora approfondimenti prima di essere immessi sul mercato. La caratteristica che più dovrebbe essere degna di nota è il loro basso, se non assente, rischio di indurre dipendenza. Ovviamente l’avanzare della ricerca in ambito psicofarmacologico non deve mai allontanare gli psichiatri ed i medici in generale ad indagare le cause ambientali e psicologiche profonde per attuare interventi in tale senso, magari in parallelo ad una terapia farmacologica.

Wiki-ClinicalHistory in Psichiatria

Negli ultimi tempi, come ha constatato Eugene Braunwald, i medici hanno perso interesse verso un’attenta anamnesi relegando sempre più la pratica della raccolta dei dati clinici rilevanti ad un semplice questionario stereotipato, dimenticandosi che l’anamnesi è in assoluto il miglior modo per ottenere informazioni importanti. In psichiatria l’anamnesi ha dei connotati fortemente narrativi indispensabili per scendere nel profondo dello stato attuale come risultato dei precedenti interventi sanitari, psicologici e riabilitativi. In questo senso l’anamnesi psichiatrica, per larga parte, non è riconducibile ai soli dati clinici oggettivabili ma dovrebbe richiedere un approccio corale che raduni le esperienze di più medici, infermieri ed altre figure professionali dando loro la possibilità di scrivere una storia fruibile, informativa e veritiera. Elementi di forte bias e distorsione sono i tempi ristretti, l’opinabilità delle affermazioni, la possibile connotazione “moraleggiante” delle informazioni, elementi controtransferali, la necessità di riscrivere ogni volta “ab initio” la storia di una persona spesso soffermandosi prevalentemente sulle ultime vicende rilevanti. A mio parere tutti i tentativi di tecnologizzare questo processo sono stati, ad oggi, fallimentari poichè si tenta sempre di ridurre con schemi e questionari prestabiliti questo processo complesso. Ovvero l’informatizzazione non aggiunge alcun elemento di valore, è solo un vezzo.

La mia proposta sarebbe quella di strutturare la raccolta anamnestica secondo il consolidato e vincente processo di costruzione della base di conoscenze tipico di wikipedia, ovvero per stratificazione dei frammenti di conoscenza di tutte le persone che entrano in contatto con un soggetto. Sarebbe questa una modalità per cui la storia clinica si verrebbe a strutturare per approssimazioni successive, precisandosi sempre di più nel tempo, e non, come avviene ad oggi, degradandosi secondo l’avanzamento delle coordinate temporali. Sarebbe necessario un “case manager” che possa funzionare da revisore,  mentre tutte le figure professionali coinvolte potrebbero contribuire con frammenti valutabili e rimodificabili da tutti gli altri. Ogni frammento verrà attribuito a colui che lo ha effettivamente scritto, dando onere e responsabilità alla persona che fornisce il proprio contributo. Questo genere di storia clinica potrebbe essere, quindi, altamente informativa, rapida da utilizzare con un “cut and paste” sulla cartella clinica elettronica, abbattendo molti, se non tutti, gli elementi di bias che favoriscono ritardi, errori diagnostici e interventi sanitari, farmacologici e non, impropri o già risultati inefficaci.

Sul significato della parola “complessità” in Psichiatria

Il metodo scientifico ha sempre presentato delle difficoltà nella sua applicazione alle discipline mediche. In particolare il determinismo, uno dei paradigmi dominanti della scienza classica, sembra quasi espellere molte, se non tutte, le branche della medicina dalla scienza classica per la sua sostanziale inapplicabilità nei loro ambiti specifici. La psichiatria e gli psichiatri, d’altra parte, sembrano essere molto affezionati alla legge meccanicistica della causa-effetto che recita: ogni evento possiede una causa ed il futuro è univocamente determinato dal presente. Lo psicoanalista, il farmacologo ed il clinico rifiutano quasi sempre esplicitamente, nelle premesse di metodo del loro lavoro, di muoversi sulle traiettorie di pensiero del determinismo ma di fatto lo fanno. Questo nonostante negli ultimi anni si sia presentata all’orizzonte la parola “complessità” che ha solo peggiorato il nostro livello di chiarezza di metodo illudendoci di essere entrati “magicamente” in contatto con un livello più profondo di conoscenza dei fenomeni mentali poichè questa parola semplice ed elegante, utile per autoproclamarsi “non riduzionisti”, non viene quasi mai messa in relazione con il significato che ad essa attribuiscono i fisici ed i matematici.
Alle volte si ha la sensazione che l’approccio definito “complesso” alla psichiatria sia paradossalmente affine a ciò che Laplace nel 1814, in una sorta di manifesto del meccanicismo ottocentesco, scriveva: “…dobbiamo dunque considerare lo stato presente dell’universo come effetto del suo stato anteriore e come causa del suo stato futuro. Un’intelligenza che, per un dato istante conoscesse tutte le forze di cui e` animata la natura e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono, se per di piu` fosse abbastanza profonda per sottomettere questi dati all’analisi, abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei piu` grandi corpi dell’universo e dell’atomo piu` leggero: nulla sarebbe incerto per essa e l’avvenire, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi…”.
E` quindi evidente che i fenomeni psichici di cui si occupano gli psichiatri spesso vengono definiti “complessi” facendo riferimento al senso etimologico del termine ovvero “complicati da definire nella globalità delle loro dimensioni”. Questo non è ciò di cui si occupano le scienze che esplorano la complessità. In realtà si occupano della cosa opposta.
Ad esempio come conciliare l’irregolarita’ di cose come la turbolenza con la struttura elegante e semplice delle leggi fondamentali? Oppure, per essere più affini all’ambito in oggetto, come prevedere il correlato comportamentale di uno stato mentale in evoluzione costante secondo un modello matematico predittivo? La risposta, tipicamente data fino a pochi anni fa, a questi rompicapi era: l’irregolarita, e quindi l’imprevedibilità, del passaggio da uno stato A ad uno B è solo apparente ed è dovuta alle tante variabili in gioco, molte delle quali evidentemente non sono conosciute. La complessità del mondo reale sarebbe quindi un artefatto: l’armonia e la semplicità sarebbero recuperate ad un livello più profondo. Questo modo di vedere le cose ha di fatto guidato lo sviluppo della fisica in una lotta contro la complessità e alla ricerca di leggi elementari, privilegiandone l’aspetto riduzionistico e quindi la ricerca di variabili di base ancora “nascoste”. Analogamente, a nostro parere, sta accadendo in psichiatria. La speranza di prevedere, ed addirittura controllare, il comportamento di sistemi complessi (ad esempio l’atmosfera o il comportamento) attraverso l’affinamento di modelli matematici ed il potenziamento dei mezzi di calcolo, si è dimostrata, infatti, completamente fallimentare nella misura in cui questi sistemi sono “caotici”.
Di fatto il concetto di “complessità” è modernamente riconducibile a quello matematico di “caos”.
Leggi di mutazione in apparenza semplici, addirittura narrabili nella loro evoluzione, siano essi stati mentali o turbolenze atmosferiche, hanno comportamenti non banali, non periodici e con irregolare dipendenza dalle condizioni iniziali. Accade cioè che piccole imprecisioni crescano velocemente nel tempo rendendo vano ogni tentativo di previsione (questo e’ noto come l’ effetto farfalla). Di fatto il comportamento “caotico” è una proprietà che emerge da un sistema per propagazione in avanti di irregolarità legate al rapporto tra le variabili in gioco e non dal numero o dalla complessità delle variabili stesse.
L’attribuzione di “proprietà caotiche” ai sistemi psicopatologici con i quali uno psichiatra si confronta ha sostanzialmente due implicazioni: una a livello concettuale, l’altra di tipo pratico. A livello filosofico il caos può cambiare il modo di guardare la realtà che ci circonda, in particolare la nostra riscrittura del determinismo che non è in contrasto con l’impredicibilità. Per quanto riguarda gli aspetti pratici è ben più chiaro il perchè del limite che abbiamo rispetto alla possibilita` di fare previsioni, e quindi di diagnosticare e curare, e delle conseguenti domande che dovremo porci per arrivare a tali traguardi nell’ambito di una scienza.

La Salienza Aberrante

Shitij Kapur è stato uno dei primi autori a descrivere interessanti scenari della psichiatria contemporanea in cui interpretazioni neuroscientifiche e fenomenologiche della mente coesistono. In particolare a lui si deve il concetto di salienza aberrante come via di interpretazione del fenomeno psicotico. Secondo il modello di Kapur, il sistema mesolimbico dopaminergico rivestirebbe un ruolo importante nell’attribuzione della “salienza“, che è il processo per mezzo del quale avvenimenti, percezioni e pensieri catturano l’attenzione del soggetto e generano comportamenti finalizzati secondo le leggi comportamentali di “ricompensa” e “punizione” (concetto di “salienza motivazionale”). In corso di psicosi la disregolazione della dopamina nel sistema mesolimbico genererebbe un aumento di “salienza” ovvero un eccesso di attribuzione di significato a stimoli altrimenti ritenuti neutri che si trasformerebbero in entità avverse, pericolose o misteriose che portano il paziente ad attuare sforzi interpretativi “aberranti” e, di conseguenza, scorretti sul piano della normale percezione della realtà e del suo rapporto con le nostre capacità di analisi. In questo modello i sintomi deliranti o allucinatori costituiscono un instabile tentativo, che Shitij Kapur definisce “Top-Down”, mediante il quale un soggetto psicotico tenta di spiegare le proprie esperienze secondarie allo stato di salienza aberrante. In altre parole i contenuti deliranti ed allucinatori sarebbero il risultato del tentativo di comprendere “esperienze di relazione con alterate attribuzioni di significato del reale” mediante l’applicazione dei normali processi del ragionamento logico. Vedi articolo di Shitij Kapur su “The American Journal of Psychiatry”, Gennaio 2003: http://ajp.psychiatryonline.org/article.aspx?Volume=160&page=13&journalID=13